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E’ sempre colpa della madre!

“È sempre colpa della madre!” Lo stigma secondario di una madre che cresce un figlio transgender

“It’s Always the Mother’s Fault”: Secondary Stigma of Mothering a Transgender Child: Journal of GLBT

 

I genitori di bambini transgender, nel momento in cui si trovano ad affrontare la crescita di un figlio/a che sfida il sistema culturale binario dominato dai due generi, si trovano a cercare supporto e informazione in una cultura che ha pochissima flessibilità per quanto riguarda tutto ciò che non è convenzionale.
Ci sono al momento pochissime risorse su cui i genitori possono contare. Molti genitori cercano supporto poiché di colpo si trovano a navigare un mare totalmente sconosciuto cosparso da un giudizio sociale negativo per la loro decisione di appoggiare un bambino che non si riconosce nel proprio sesso biologico, cioè quello assegnato alla nascita. Non solo, ma a causa della binarietà sempre più forte degli stereotipi di genere, sono a volte gli stessi psicologi e medici a mettere in discussione la decisione dei genitori di incoraggiare il figlio transgender a seguire la propria identità.
Genitori single, soprattutto mamme single, devono affrontare una stigmatizzazione ancora più forte dovuta alla credenza dilagante che le donne siano meno competenti degli uomini in campo genitoriale. Non solo, le madri single spesso ricevono meno supporto da parte della società rispetto alle donne sposate e questo isolamento e giudizio sociale causa loro stress e depressione.

Le necessità degli individui di genere non conforme sono uniche e hanno bisogno di attenzione all’interno delle scienze sociali. Per le persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender spesso la ricerca scientifica focalizza l’attenzione sull’orientamento sessuale. La letteratura solo adesso sta cominciando a indirizzarsi verso l’identità di genere.
I genitori di bambini transgender spesso sperimentano sulla loro pelle una stigmatizzazione secondaria che può intensificare sentimenti negativi di isolamento e vergogna. Spesso questi genitori si trovano davanti a problematiche multiple che partono dalla loro stessa accettazione del figlio, al difendere i loro figli nonostante lo stigma sociale, al cercare l’accettazione da parte degli altri.
In una cultura che privilegia le persone bianche, binarie, sposate e di una certa classe sociale, i genitori single si trovano ad affrontare problemi ancora più grossi e le madri single sono viste ancora peggio che non i padri single. Le madri single infatti sono percepite come meno sicure, meno fortunate, meno responsabili, meno soddisfatte della vita, meno morali e in generale come un genitore peggiore. Sicuramente spesso sono anche meno avvantaggiate economicamente rispetto ai padri single.
E’ importante considerare che una madre single deve subire l’oppressione di svariati strati di problemi imposti dall’ambiente circostante crescendo un figlio che ha una varianza di genere. I bambini transgender si trovano a contare moltissimo sul loro ambiente familiare sia per quanto riguarda l’accettazione sia perché viene costantemente detto loro che molti luoghi non sono sicuri (come per esempio la scuola).
L’ambiente della casa per un bambino può però anche non essere accogliente. Molti genitori possono non essere psicologicamente equipaggiati nella maniera giusta per accettare il loro figlio transgender. Possono addirittura perpetuare ciò che accade fuori casa opprimendo il proprio figlio a causa della loro transfobia. La qualità delle relazioni familiari di bambini transgender è spesso legata alla loro accettazione per ciò che sono. Il modo in cui i genitori si comportano plasma la vita stessa del bambino. Molti genitori credono che il modo migliore per aiutare il loro figlio di genere non conforme sia di cambiare il genere a cui il bambino si sente di appartenere per far sì che corrisponda al genere che gli è stato assegnato alla nascita. Sebbene questi genitori abbiano buone intenzioni e agiscano credendo di proteggere il loro figlio, il bambino spesso vive questa cosa come un rifiuto. Il rifiuto dell’identità transgender, infatti, può essere vissuto come un rifiuto totale della sua persona. Molti bambini transgender vivono nella paura di non essere voluti e accettati o anche di essere ridicolizzati.
Moltissime ricerche si sono focalizzate sulle risposte negative da parte dei genitori nei confronti dei figli transgender, ma grazie al cielo altre ricerche cominciano a dimostrare delle nuove scoperte molto incoraggianti riguardo alle famiglie che invece li accolgono. I giovani transgender che si sentono supportati e valorizzati dalle loro famiglie, infatti, sperimentano dei benefici molto vantaggiosi come una più profonda stima di sé stessi, uno sguardo positivo al futuro, un minore rischio di problemi mentali e fisici.
Essenziale, nella vita di un giovane transgender, è la presenza di almeno un adulto che sia interessato al suo benessere e che lo accetti incondizionatamente. Molti genitori dopo aver accettato e abbracciato l’identità transgender del proprio figlio credono che loro figlio li abbia fatti diventare delle persone migliori proprio attraverso il loro essere diversi. Non solo, questi genitori diventano anche molto più consapevoli dell’impatto della società su ogni individuo e che cosa significhi la discriminazione.

I genitori che non sono familiari con la non conformità di genere spesso cercano supporto nei servizi sociali per moltissime ragioni. Inizialmente possono domandarsi se loro figlio abbia dei problemi mentali oppure si interrogano su dove abbiano sbagliato o su che cosa fare per aiutare il proprio figlio; possono aver bisogno di capire di più che cosa sia l’identità transgender, possono aver bisogno di capire il processo di transizione o che cosa voglia dire il genere nel contesto culturale. Hanno spesso necessità di incontrare famiglie con gli stessi problemi. C’è un’incredibile necessità di professionisti che si occupino di queste tematiche non solo per aiutare i giovani  ma per stare vicino alle loro famiglie perché queste arrivino a ridurre lo stress che la società impone loro e affinché possano essere in grado di star vicino ai loro figli.
Purtroppo gli psicologi stessi spesso non sono istruiti, non sono informati sull’identità di genere e questo fa sì che gli stereotipi negativi aumentino sempre di più o che comunque lascino gli psicologi impreparati al lavoro con questa parte della popolazione. Molte persone transgender che si rivolgono a professionisti , trovano dei professionisti alle prese per la prima volta con l’identità di genere e che sono totalmente impreparati. Uno dei pensieri riportati più spesso dai giovani transgender è il pensiero di togliersi la vita poiché sono un gruppo molto stigmatizzato. I bambini transgender sono spesso soggetti ad isolamento sociale, bullismo e ostracismo da parte dei loro coetanei. Tutte queste ragioni, insieme allo stigma sociale e tutti problemi legati alla transfobia, fanno capire la necessità di un supporto terapeutico.

Il nostro studio si è focalizzato sull’esperienza di una mamma che doveva crescere il suo figlio transgender. Nella sua esperienza era chiaro come tutto il problema fosse dovuto alle aspettative della società che sono basate sul sistema di genere binario.
L’allontanamento della famiglia e degli amici e delle altre persone importanti della propria vita, fenomeno che spesso chi ha un figlio transgender subisce, può essere un processo che fa molta paura e che crea molto dolore. Per questo il rapporto di fiducia con un couselor o un terapeuta è assolutamente necessario. Purtroppo c’è pochissimo supporto culturale per i bambini transgender. Il ruolo del terapeuta nella vita di questo bambino può diventare essenziale e l’ambiente che il terapeuta crea deve essere rispettoso e sicuro per permettere al bambino e la sua famiglia di esplorare l’identità di genere e promuovere un senso positivo del sè.

Socialmente vengano sempre rinforzati i pensieri binari di bambino e bambina e quindi la costruzione dell’idea di normalità e di devianza.
La teoria queer (che sfida la pratica comune di dividere in compartimenti separati la descrizione di una persona perché “entri” in una o più particolari categorie definite) ci aiuta a capire che i bambini transgender e i loro genitori vivono al di là delle categorie classiche del genere e per questo vengono classificati come “diversi”. Le aspettative sociali, quindi, hanno creato un insieme di effetti molto pericolosi su l’intero nucleo famigliare. La sola esperienza di crescere un bambino di genere non conforme crea un percorso genitoriale e familiare completamente diverso. Abbiamo analizzato l’usanza comune di dare la colpa alla madre. E’ una credenza antica, infatti, che le madri siano le prime responsabili e le prime persone da criticare per le azioni, i comportamenti e per la salute mentale dei propri bambini soprattutto dei bambini transgender.
Il femminismo e la teoria queer cercano di ricostruire le categorie del genere. Entrambi esplorano i modi attraverso i quali il genere e la sessualità si sviluppano all’interno dei vari contesti ambientali.
Il nostro caso parla di Sara, una madre di quarant’anni bianca di classe media divorziata che vive in una piccola città del Midwest degli Stati Uniti con sua figlia di sei anni che si chiama Lee. Sara è divorziata dal padre biologico di Lee e sebbene condividano responsabilità genitoriali, Sara è responsabile per la maggior parte della crescita della figlia e ne mantiene la custodia fisica. Lee è al primo anno della scuola elementare. Il loro paese non è al corrente che Lee alla nascita fosse un bambino biologicamente maschio. In questo momento va a scuola come una bambina e tutti la conoscono come tale quindi, per proteggere la sua privacy, Sara non ha dato alcun dettaglio riguardo alla sua identità biologica. Quando abbiamo interrogato Sara riguardo all’identità di genere di sua figlia,  ci ha subito detto che Lee è una bambina transgender. Madre e figlia si sono imbarcate in un viaggio per capire meglio il genere e l’identità di genere. Sara ha detto che suo figlio si identificava come una bambina già a una giovanissima età. Vedeva infatti che suo figlio era molto gentile e che aveva una forte preferenza per i vestiti femminili, per le acconciature femminili e per i giochi femminili invece che  giocare con i maschi preferiva passare il suo tempo con le altre bambine.  I suoi tentativi di persuaderlo a essere più mascolino, non avevano portato  da nessuna parte anzi Lee si sentiva sempre più frustrata, arrabbiata e depressa.  Sara descrive una delle prime memorie che ha di quando ha realizzato che Lee fosse una bambina:

“In quel periodo le stavo leggendo un libro prima di andare a letto. In questo libro c’era una frase che diceva: alcuni di noi sono maschi, alcuni di noi sono femmine. Quella è stata la prima volta che mia figlia è scoppiata a piangere e ha detto che lei non voleva crescere e diventare un uomo con la faccia da uomo e la barba! E’ stato per me un po’ spaventoso”

Sara non sapeva nulla sull’identità di genere. Cominciò quindi a fare ricerche on-line. Lee aveva più  o meno 3 o 4 anni. Queste ricerche l’hanno portata a credere che l’identità di genere sia molto più complicata e multidimensionale di quanto si possa credere. Sara ha lasciato che Lee cominciasse a presentarsi come voleva così Lee di colpo abbracciò la sua trasformazione e diventò una bambina incredibilmente felice, estroversa e contenta. Si fece crescere i capelli, si cambiò il guardaroba in un guardaroba da bambina e tutta la sua camera divenne Rosa Bigbabol.  Sara fu felice di vedere una figlia felice. Ma ovviamente lasciare che Lee vivesse come una bimba cominciò a generare delle rimostranze da parte della sua famiglia che la accusava di abusare e trascurare la figlia. Suo zio cominciò a fare telefonate a tutti dichiarando la sua inadeguatezza come madre. Non furono più invitati ad alcuni eventi familiari nemmeno ai compleanni dei cugini nonostante avessero la stessa età. Sara, attraverso le letture sul web, aveva imparato che ostacolare la vera identità di genere del proprio figlio era molto pericoloso, ma di fronte a tutti che le dicevano che stava sbagliando incominciò lei stessa a mettere in discussione le sue capacità genitoriali

“Sono passata dal darmi una pacca sulla spalla per essere un genitore così progressista al preoccuparmi moltissimo di aver fatto qualcosa di terribilmente sbagliato che avrebbe creato solo confusione a mia figlia. Tutti quanti, soprattutto mia madre e il mio ex marito, mi dicevano che ero troppo permissiva, che avrei dovuto riaffermare la sua mascolinità e non lasciarlo fare tutte quelle cose da femmine. Ho cominciato a domandarmi se per caso stessi facendo qualcosa di sbagliato e mi vergogno a dirlo che ho provato a farla interessare a cose da maschio. Ma questo ha fatto sì che le cose peggiorassero e basta”.

Sara cominciò a capire che veniva incolpata per l’espressione dell’identità di genere di sua figlia e le fu detto che le sue credenze femministe avevano fatto sì che suo figlio fosse così femminile e che era sua responsabilità aggiustare ciò che i membri della famiglia percepivano come un problema.

“la mia famiglia mi diceva che io avevo fatto qualcosa di sbagliato perché mio figlio era poco femminile e che non avevo  incoraggiato la sua mascolinità. Che ero stata troppo permissiva e troppo accogliente con tutti suoi interessi da bambina. Perché, voi non lo sapete, ma è SEMPRE colpa della madre!”

 

Sara è consapevole di aver creato un ambiente familiare accogliente però sa anche che il mondo fuori spesso non è buono con le persone transgender e con con i genitori di bambini transgender e soprattutto con le madri

“certo che mi preoccupo del suo futuro e certo che mi preoccupa della sua sicurezza! 
Mi preoccupo riguardo al fare la cosa giusta perché sia felice, in salute, innocente, emozionalmente sicura.
Mi preoccupo di ciò che le persone non capiscono o dei bigotti che vorrebbero portarmela via.”

 

Sebbene Sara e il padre di Lee siano divorziati, lei crede che sia molto importante che lui abbia un rapporto buono con la figlia così continua a incoraggiare la loro relazione. Ha cercato di spiegarci il suo ruolo nel mantenere la relazione tra padre e figlia dicendoci

“Spesso vado sopra a molte cose cercando di tenere insieme il loro rapporto per il bene di mia figlia. La nostra terapeuta dice che non è mia responsabilità ma non posso farci nulla credo che sto cercando di protegger Lee il più a lungo possibile. So che se non faccio qualcosa per aiutarli a costruire una loro relazione e rimanere in contatto nessuno lo farebbe. Vedo che Lee spesso guarda gli altri bambini con i loro genitori, specialmente le figlie coi papà, e questo mi spezza il cuore. Pensare che lei probabilmente non avrà mai una vera relazione con suo padre. Quindi cerco di fare il massimo perché questo succeda”.

Sebbene gli accordi legali facessero sì che il padre di Lee potesse vedere la figlia ogni due weekend, Sara ci dice che il padre non la va a trovare regolarmente. Ci dice che si sente molto triste per sua figlia e frustrata con il suo ex marito a causa dei problemi che lui ha nel gestire la transizione di Lee. Sara descrive il proprio ex marito come un superuomo, un vero machista molto conservatore e con pensieri omofobici. Lui è ancora in lutto per la perdita di suo figlio e nessuno, nella sua vita,  ancora lo sa, nè amici né le persone che lavorano con lui. Tutti continuano a chiederli come sta suo figlio.  Sara ha dato al padre di Lee tantissimo materiale di ricerca da leggere e ha cercato di farlo andare agli appuntamenti con il terapeuta. Vuole che lui si autoeduchi e lo vuole coinvolgere perché sia un suo alleato.
La madre, nel tempo,  ha incontrato molti professionisti nella speranza di imparare come supportare al meglio sua figlia e come assicurarsi che  abbia il giusto supporto. Quando le abbiamo chiesto la sua impressione generica riguardo all’aiuto professionale trovato a disposizione,  lei ha detto che è assolutamente carente. Ha incontrato molti terapeuti che non erano assolutamente istruiti né riguardo ai bambini di genere non conforme né su come poter aiutare le loro famiglie. Ha avuto l’impressione che i professionisti volessero aiutarla ma non sapessero come. Per esempio un terapeuta le aveva suggerito che Lee fosse una femmina a casa ma che si presentasse come un maschio al di fuori di quell’ambiente protetto. Sara già sapeva che per Lee questo non avrebbe funzionato.

“Credo che tutte le persone che ho visto volessero aiutarmi.
Probabilmente io, più che ogni altra cosa, cercavo una conferma professionale che stessi facendo la cosa giusta lasciando che mia figlia vivesse come una bambina.
Avevo paura che i servizi sociali mi spuntassero alla porta e mi chiedessero prova che non ero una madre pazza, che magari avrei voluto avere una figlia invece che un figlio e che quindi avevo fatto tutto questo! Sentivo che avevo bisogno di una prova che stavo vedendo dei terapeuti, dei dottori che confermavano che questa era la cosa migliore per Lee”.

Sara inizialmente andò dal terapeuta locale che le era stato indicato dall’associazione LGBT and ci descrisse così la sua esperienza

La dottoressa non sapeva niente dell’argomento. Abbiamo parlato bene ma lei aveva delle idee che non mi convincevano. Non sapeva niente riguardo ai giovani transgender.
Non solo ma mi disse che le stesse donne lesbiche dell’associazione che le avevano suggerito di andare lì credevano che lei fosse pazza.

 

Nell’esperienza di Sara il fattore più importante della terapia era essere a conoscenza del fatto che il terapeuta sapesse cosa fosse identità di genere e specificatamente nei bambini.
Era importante che il terapeuta avesse esperienza pregressa con bambini di genere non conforme.
Internet è servita come una risorsa incredibile per Sara mentre cercava informazioni su come capire meglio sua figlia. Dall’inizio delle sue scoperte Sara ha continuato a tenersi al corrente sulle ricerche che riguardavano bambini transgender sia dal punto di vista medico che dal punto di vista psicologico. Grazie al web si è messa in contatto con altri genitori attraverso un gruppo di supporto on-line che ha trovato su Google e questi  gruppi  hanno fatto sì che Sara capisse  che anche gli altri genitori avevano fatto le sue paure e gli stessi dubbi

“Mio Dio, seriamente, non so che cosa sarebbe successo senza Internet. Non avete idea di quanto mi ha aiutato. E’ incredibile e meraviglioso anche essere in grado di confrontarmi con altri genitori che attraversavano la mia stessa esperienza. E’ stato incredibile imparare da quelli che c’erano già passati ma anche essere in grado di dare supporto a quelli che erano appena all’inizio di questo lungo percorso. Anche mettere in contatto Lee con altri suoi coetanei è stato molto importante. Adesso riceve foto e video degli altri bambini/e normali esattamente come lei. Questo ci ha salvato, ma soprattutto ha salvato Lee.

Gli amici fidati sono stati una grossa risorsa di supporto per Sara. L’hanno accompagnata a fare la terapia o alle visite degli avvocati e ci sono stati durante momenti difficili. E stranamente alla fine il supporto è arrivato anche da alcuni membri della famiglia. Infatti con il tempo le informazioni hanno aiutato la madre di Sara, che inizialmente faceva fatica a capire l’identità di genere di Lee, a diventare più comprensiva

“La mia povera mamma ha avuto un periodo molto difficile ma ha percorso una lunga strada. Adesso mi appoggia completamente. Ha  anche comprato una maglietta a Lee l’altro giorno che era rosa shocking con gli strass è che diceva Girls Rock.
Un’altra grossa forma di supporto che non mi aspettavo è arrivata da mia nonna. Pensavo reagisse negativamente perché è molto religiosa invece ha preso tutto con molta nonchalance. E’ stato incredibile: mi disse di non credere a tutte quelle persone cristiane che mi criticavano perché anche molte di loro erano divorziate o comunque avevano fatto cose che erano contro il volere di Dio. Quindi nemmeno loro erano esenti da peccato. Mi disse anche che forse non capiva tutto però voleva rimanere nelle nostre vite”.

“Più si viene a conoscenza di informazioni sull’identità di genere è più ci sente meglio. Ho passato all’inizio così tanto tempo con un’ansia tremenda. Ho passato molte notti piangendo. Ci sono stati dei momenti in cui ero molto spaventata e ancora adesso a volte mi preoccupo. E’ stato terribile. Nonostante questo mi sento forte adesso. Mi sento istruita adesso. Sento che posso essere un avvocato e una supporter per mia figlia al 100%. Adesso mi sento eccezionalmente fortunata ad essere stata scelta per essere la madre della persona più incredibile che abbia mai incontrato.
Mia figlia è stata la mia più grande insegnante. Io sono un genitore normale che cerca di fare il meglio per la mia figlia, per il suo futuro.”

L’esperienza che Sara ha vissuto rinforza la letteratura già esistente. Le ricerche fatte riguardo ai giovane transgender e alle loro famiglie sottolineano la pesantezza del giudizio sociale nel prendere le decisioni da parte dei genitori nel momento in cui si cerca di supportare i propri figli transgender. E’ chiara l’enorme difficoltà creata dalla stigmatizzazione del genitore, dalle rotture dei legami familiari. L’essere orgogliosi di essere un genitore dalla mente aperta si scontra con la frustrazione che arriva dal fuori, con i professionisti che non hanno esperienza. L’esperienza di Sara riflette i multipli strati della discriminazione che una madre single di una bambina transgender deve affrontare quotidianamente. Sara ha preso l’iniziativa di educare sé stessa riguardo l’identità di genere e ha cercato supporto per difendere sua figlia all’interno della famiglia e della comunità. Ma Sara ha anche sperimentato su sé stessa cosa voglia dire la stigmatizzazione secondaria che si esprimeva principalmente nella credenza degli altri che lei fosse troppo permissiva o quasi pazza. Questo è ahimè un tema condiviso da quasi tutti i genitori di bambini di genere non conforme.

Poiché tutti gli individui ttrasngender sono spesso stigmatizzati e soggetti all’isolamento sociale, i loro cari vengono coinvolti in questo giudizio generale. Come madre single Sara ha ripetutamente ricevuto il messaggio che lei stesse facendo qualcosa di male nel crescere sua figlia e questi messaggi  le hanno causato molti dolori e molti dubbi.

Spesso i genitori di bambini di genere non conforme dicono che i loro figli li hanno fatti diventare delle persone migliori attraverso il loro essere diversi. Sara ci ha descritto che personalmente è cresciuta molto grazie a sua figlia. Ci ha fatto capire come il suo modo di essere genitore è stato messo in discussione dai membri della famiglia e dai professionisti che non erano al corrente dell’identità di genere atipica ma comunque lei è rimasta attaccata alle sue convinzioni durante la transizione della figlia. C’è da considerare che il suo status di appartenente alla middle class gli ha reso possibile l’accesso a terapeuti, avvocati, alla scelta delle scuole e questo ci fa capire come il privilegio di classe sia anche un privilegio di risorse a cui puoi accedere. E le istituzioni dovrebbero tenere anche questo in considerazione. Ormai vediamo come le famiglie abbiano un impatto incredibile sul benessere dei bambini transgender. Discuterne in una terapia è cruciale per poter raggiungere uno stato di benessere che non riguardi solo il piccolo ma tutta la famiglia soprattutto per aiutare i genitori ad andare al di là dei messaggi sociali che li criticano per creare al contrario spazio per emozioni positive.

2 thoughts on “E’ sempre colpa della madre!

  1. Grazie Sara per la tua storia e tutte le informazione che esibisci. Io mi chiamo Gianni Ciulla e faccio parte di un organizzazione a Milano chiamata Centro Culturale Harvey Milk. Mi piacerebbe conoscerti pesonalmente ad una della riunioni che noi facciamo a Milano per poter essere illuninati da te e da tua figlia L.

    1. Ciao Gianni sono in partenza ma appena ho un po’ di tempo mi metto in contatto con te (comunque mi chiamo camilla :)) )

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