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Grazie Agnese! L’argomento va…

Poco meno di un anno fa la gentilissima Agnese Manni della casa editrice omonima mi ha chiamato per mettersi a mia disposizione come editore del libro che stavo scrivendo. Ricordo benissimo la nostra lunga telefonata. Io ero sull’autobus, correvo a sistemare casa di mia madre che avevamo messo in vendita poiché ormai da un po’ l’avevamo trasferita in una rsa dove avrebbero potuto prendersi cura di lei che, malata di Alzheimer da più di 15 anni, è ridotta a una vita vegetale. Agnese si era presentata con una mail molto bella in cui diceva in maniera molto ironica  ‘siamo una casa editrice piccola, indipendente e pure “terrona”, ma credo molto in quello che stai facendo’. Io, che reputo ironia e autoironia sintomi di grande intelligenza, ne ero rimasta colpita e  nonostante fossi poi rimasta un po’ in sospeso ascoltando chi mi diceva di pubblicare con un editore più importante, ho deciso  di pubblicare con loro perché il cuore che ci avevano messo nel parlarmi ed entrare in sintonia con la questione era stato a parer mio in linea col mio pensiero e stile di vita.
Oggi più che mai mi rendo conto di quanto Agnese, suo padre e tutta la casa editrice siano stati coraggiosi e lungimiranti. Ho passato questo anno e mezzo a sentirmi continuamente dire frasi come ‘É un argomento che non interessa’ ‘Non ne possiamo parlare perché é tabù’ ‘La gente non é pronta’ ‘É troppo difficile capire’. Insomma: case editrici e tv non solo non vogliono occuparsi dell’argomento ‘identità di genere’ ma non vogliono assumersi nemmeno la responsabilità del fatto che non vogliono occuparsene. Il messaggio é sempre ‘noi lo faremmo ma é la gente che non vuole’. Certo, molti giornalisti singolarmente si sono interessati scrivendo articoli molto belli che hanno sicuramente aiutato a parlare della questione. Ma ogniqualvolta si é trattato di qualcosa di più una voce dall’alto ha detto ‘No, non si può!’ A meno che non fosse assolutamente chiaro che quella di cui si andava a parlare era una malattia. “Disforia di Genere” avrebbe sempre dovuto essere il titolo del servizio. Mi è stato consigliato di accettare sempre tutto. Tutto purché se ne parli. Ma una voce dentro di me si rifiutava. Mio figlio non è malato. Non sono malati gli altri bambini conosciuti in questi mesi. Perché bisogna avere pena di loro per smuovere gli animi? Perché devono essere usati per fare notizia? Ma sopratutto perché devono essere usati per fare notizia sbagliata?

Ci sono stati poi quelli che ne volevano parlare però dicendo che dovevano comunque anche dar voce all’altra parte. “Mi piacerebbe averti in studio, ma è ovvio che devo anche invitare la controparte”  Ma quale controparte?  La questione ‘identità di genere’ non é un’opinione. Non é qualcosa da discutere. Non si può essere pro o contro. L’identità di genere é. Punto. Poi si può non essere informati sull’argomento. Ecco che allora si deve fare informazione. Ma il fare informazione non vuol dire essere invitata a dire la mia con un altro che dice la sua. Sennò davvero si torna ai tempi di quando Copernico doveva discutere le sue teorie con chi continuava a sostenere il geocentrismo. E forse il confronto è utile non lo metto in dubbio, ma un conto quando il soggetto è un pianeta o una stella e un altro quando lo sono i nostri bambini. Tirare la linea tra informazione e protezione credetemi non è affatto facile.

Io scrivo da ben prima di pubblicare ‘Mio figlio in rosa’ perché mi é sempre piaciuto farlo e mi pare anche di saperlo fare dignitosamente. Ho una serie di storie che avevo scritto per mio figlio piccolo per supplire alla mancanza di favole che esulassero dalle classiche principesse e super eroi. Favole che non rispettano gli stereotipi di genere. Ogni volta che contatto una casa editrice ricevo sempre la stessa risposta ‘É un argomento che non va’. Mi piacerebbe tanto che una volta mi dicessero: “Camilla, le tue storie fanno cacare!” Sarebbe bello. Forse più realistico. E lo accetterei di buon grado. Ma invece no: ‘l’argomento non va’. Ma se l’argomento non va perché se io pubblico un video questo video viene visto da migliaia di persone? (L’ultimo pubblicato ha superato le 10.000 visualizzazioni per esempio). Perché io vengo sommersa di messaggi e la maggior parte sono di ringraziamento? Non é questa la dimostrazione del bisogno della gente di conoscere, normalizzare, interiorizzare concetti che ormai fanno parte del quotidiano di cui nessuno vuole parlare? Non è segno che c’è bisogno di avere dei mezzi per insegnare ai nostri figli a comprendere, accogliere, conoscere. L’identità di genere non si attacca. L’identitá di genere é. La società ne verrà solo arricchita quando chi si occupa di fare e distribuire informazione capirà che é giunto il momento di cambiare approccio e liberarci dei preconcetti.

Adesso che so meglio come stanno le cose, quella telefonata di Agnese mi sembra ancora più bella perché in sé racchiudeva tutta la meraviglia del coraggio istintivo che ti libera dalle opprimenti sovrastrutture che tengono in piedi in maniera falsa e retrograda l’intera società.

Ce ne fossero di case editrici ‘piccole, indipendenti e terrore’ come la Manni.

Il mondo sarebbe sicuramente migliore!

Chiunque volesse conoscere meglio la nostra storia e capire un po’ di più che cosa voglia dire crescere e rispettare un bambino per quello che è con tutte le meraviglie ma anche difficoltà che questo comporta nel confronto con la società, tra situazioni buffe e momenti di preoccupazione può comprare il mio libro nelle migliori librerie o su amazon cliccando qui. Io, come ormai tutti gli scrittori ci guadagno quasi nulla dalla vendita, ma sicuramente mio figlio e tutti i bimbi come lui ci guadagnano moltissimo in termini di diritto al rispetto e alla propria libertà. Quindi comprate, leggete, regalate…..

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