Disforia di genereSiamo noi

Il corpo NON è sbagliato

 

Proprio qualche giorno fa parlavo con una fantastica mamma di Agedo  (associazione costituita da genitori, parenti e amici di uomini e donne omosessuali, bisessuali e transessuali) il cui figlio si considera non binario. Anche noi madri combattenti eppure figlie del binarismo, siamo portate a un certo punto a pensare che prima o poi i nostri figli “capiranno”. Ci viene automatico dire prima o poi deciderà che cosa si sente di essere. Ma il punto vero è che, in realtà, i nostri figli hanno già capito tutto. Siamo noi quelli che dobbiamo capire. I nostri figli devono solo capire come mai questa società li emargini e non li comprenda, perché esista la cattiveria verso il nulla, come possano barcamenarsi in un mondo in cui non esiste la via di mezzo. Ma non devono capire “chi sono”. Loro lo sanno benissimo.

Anche se pare assurdo,  mi accorgo sempre di più che la transessualità viene minimamente accolta solo se vista come passaggio dalla casella f a quella m e viceversa rimanendo, quindi,  assolutamente ancorati all’unico schema che conosciamo. Anche le persone che crediamo più illuminate, le famiglie, le associazioni, spesso continuano a ignorare tutta la zona grigia che esiste tra il maschile e il femminile perché il punto è “giustificare a se stessi e a agli altri che cosa sia successo col proprio figlio”. Ecco allora che lo scherzo della natura, il corpo sbagliato, l’ errore biologico la fanno da padroni e semplificano molto la maniera in cui ci si può giustificare e spiegare. E’ ovvio che andare dal proprio genitore anziano e dire “Mamma, Paolo è nato nel corpo sbagliato, lo dice la scienza, e si sente femmina” è molto più facile che dire “Mamma, il maschile e il femminile si trovano solo ai poli opposti di uno spettro infinito di sfumature possibili e Paolo non si sente completamente maschio”. Nel secondo caso sembriamo certamente dei naive, figli dei fiori, che mettono a rischio la salute dei loro figli o peggio ancora tendono a far sì che i propri figli introiettino i  nostri pensieri.

Purtroppo all’interno delle stesse associazioni che dovrebbero difendere il diritto alla varietà dell’essere esistono correnti di pensiero davvero molto contrastanti e movimenti che comunque a grandi numeri continuano a parlare di corpo sbagliato.  Quella del corpo sbagliato è spesso una delle correnti più diffuse e, anche dove si accolgono bambini gender creative, se tu non sei un genitore che istantaneamente sposta il proprio figlio nella casella opposta sembri un genitore snaturato. Non si capisce che i bambini sono di ogni tipo: ci sono quelli che hanno effettivamente un bisogno istantaneo di transizione al sesso opposto e  ci sono quelli che invece appartengono alla zona grigia e spostarli nella casella opposta equivale a tenerli in gabbia in  quella biologica. Perché: che succederà quando arriveranno all’adolescenza?

Dobbiamo iniziare a pensare che cosa rassicura i nostri figli e non che cosa rassicura noi genitori.

Purtroppo essendo il “rispetto del grigio” concetto troppo difficile da capire, anche i media, quei pochi che affrontano la questione, ne parlano sempre come “corpo sbagliato”, se è vero che è comunque un modo più dolce per approcciarsi alle persone che sono totalmente digiune della questione, è anche vero che si da un messaggio totalmente sbagliato non solo a chi ascolta ma anche ai bambini che vivono la situazione: perché dovrebbero sentirsi “sbagliati”?

Qualche giorno fa mio figlio si è messo a piangere e, tra i singhiozzi, mi ha detto questa frase “ma perché non potevo nascere come tutti gli altri bambini: ‘per bene’ ?” Sono rimasta completamente spiazzata. L’ho guardato e gli ho chiesto che cosa volesse dire “per bene”. In un secondo mi sono resa conto di quanto sbagliata sia la nostra società che volenti o nolenti inculca ai nostri figli che essere “per bene” non sia comportarsi bene e rispettare il prossimo, ma corrispondere a un modello prestabilito deciso da chissà chi per chissà quale motivo.

Miguel Missè, sociologo e attività di Barcellona, afferma che

dire che è il nostro corpo ad avere  un problema e non  invece la società, attribuisce a noi la responsabilità di risolverlo.

Alla società interessa di più che ci siano persone con corpi sbagliati che persone che mettono in discussione le norme del genere. Per Missè la transessualità è la conseguenza di un modello sociale in cui uomo e donne stanno incasellati in modelli molto rigidi. Essere uomini o donne è una interpretazione culturale. Missè stesso ha dovuto per forza scegliere una categoria e ha scelto quella maschile ma in realtà non vi si riconosce con certezza assoluta. La vera conquista sarebbe che gli uomini potessero essere femminili e le donne maschili.

La società moderna non sa sopravvivere senza caselle e il mondo occidentale ha cercato in ogni modo di eliminare tutte quelle sfumature che appartenevano alle popolazioni che hanno “conquistato”. Quando parlo ai miei figli del colonialismo e di come gli europei si siano permessi di andare in altri paesi e autoproclamarsi superiori alle popolazioni che vivevano lì sterminandole o costringendole a vivere secondo le loro modalità, mi guardano strabuzzando gli occhi. Questa mi fa ben sperare che il futuro possa essere migliore, poi però accade come l’altro giorno: il pianto e la verbalizzazione di non essere “per bene” e tutto diventa abbastanza sconfortante.

Tutta la questione è trattata al contrario. Perdiamo moltissimo tempo a cercare di capire perché esistono le persone trans quando in realtà si dovrebbe analizzare perché esiste il rifiuto sociale che queste persone generano.

Come dice sempre Missè:

Non dovrebbero essere i nostri corpi oggetto di studio, ma la società e i nostri referenti culturali. La domanda chiave dovrebbe quindi essere:  perché esiste la violenza nei confronti delle persone che vivono una identità di genere che esula dal binomio uomo/donna?

Questo deve essere il punto di partenza di tutte le riflessioni con la convinzione che sia possibile sradicare la transfobia”

 

 

4 thoughts on “Il corpo NON è sbagliato

  1. Brava Camilla! E belle citazioni!
    Ma perché zona “grigia” e non “viola”… o, anzi, “multicolore”?

  2. Io più leggo questo blog più rimango perplessa.
    Ho cresciuto tre figli a cui come un mantra fin da piccoli ho ripetuto “Non esistono giochi da maschio e giochi da femmina: esistono solo giochi che piacciono e giochi che non piacciono; non esistono colori da maschio e colori da femmina…” etc. I vestiti non li hanno mai scelti da soli, iniziano i grandi un po’ adesso, alle soglie dell’adolescenza. Poi si sono più o meno adeguati alla società scolastica, ma senza avere particolari interessi “di genere” (niente calcio, niente danza, etc)
    Come si fa quindi a dire come “si sente” un bambino? Cosa ci può essere, sotto diciamo i 9 anni, che fa di lui/lei un maschio o una femmina, se non il suo corpo? Come si fa a dire che un bambino “non è influenzato” dall’ambiente in cui è immerso anche nella sua identificazione di genere?
    Ho letto il blog ma tuttora mi sfugge.

    1. Capisco il commento, penso che per quanto si possa essere aperti e tolleranti capire la questione è quasi impossibile se non l’hai vissuta.
      Se hai davanti un bambino che, a due anni e poco più, con le sue prime frasi ti dice che è una femmina e non maschio e insiste e si dispera profondamente… non so perché è così ma so che è così.
      Mia figlia femmina per molti anni non ha avuto interesse a definirsi come genere, si vestiva come le piaceva e basta senza parlare di maschi e femmine.
      Suo fratello invece ha molto presto sentito il bisogno di affermarsi come femmina, di essere riconosciuto come tale.

  3. @Ricciola
    Tu come fai a dire di essere una donna? Direi che una consapevolezza interiore innata. Per tua immensa fortuna quel che vedi riflesso nello specchio corrisponde alla tua identità.
    Ci sono persone per cui non è così. Per me, persona androgina, il riflesso nello specchio è quello della mia prigione. Si sono una di quelle persone “nate in un corpo sbagliato” e per me nemmeno esiste la possibilità di una transizione. Fin da quando ho memoria ho avuto questa consapevolezza… innata, immutabile, implacabile. Sopratutto inascoltata dalla mia famiglia. A dispetto delle loro illusioni non era una fase e il risveglio ormonale dell’adolescenza non mi ha “chiarito le idee come dicevano”. Anzi, è stata una fase parecchio orribile vedere il mio corpo allontanarsi sempre di più dalla mia anima.
    I giochi da “maschi o femmine”, gli interessi, i vestiti non sono l’identità di genere sono solo una delle molteplici espressioni di identità.
    Come puoi capire in un bambino sotto i 9 anni qual’è la sua identità? ASCOLTANDOLO. Aprendo le orecchio e ascoltando come questa piccola persone si riferisce a se stessa, come si descrive.
    Nell’arcobaleno dell’espressione di genere esistono maschi famme (si sentono uomini, ma esprimono se stessi in maniere tradizionalmente considerate femminili) e femmine “machiaccie” (ragazze con un espressione di genere più tradizionalmente considerata mascolina”.
    Sarebbe infinitamente bello vedere un maggior RISPETTO per le persone con un’indentità queer sia essa una necessità legata all’espressione del proprio genere (quale che esso sia) che invece sia la necessità di vedere riconosciuta la propria identità come reale. Il misgendering o la negazione dell’identità e dell’espressione di genere feriscono molto, molto profondamente.

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