Cara Camilla

Il valore della presenza

Cara Camilla,
non solo scrivo ma per la prima volta parlo con qualcuno  di quella fase transitoria che mi portò dall’infanzia all’adolescenza, quei mesi che volarono mentre il mio corpo si trasformava e me ne accorgevo solo davanti allo specchio o indossando magliette.
Ne parlo per la prima volta perché non ho mai trovato nessuno che mi ascoltasse o fosse veramente interessato all’argomento, e anche perché, non trovando nessuno che ascoltasse o (magari!!!!!!!) chiedesse, la faccenda è stata da me accantonata, derubricata a livello remoto della memoria.
Riflettendo ora, in età matura (52 anni), capisco che è proprio così: nemmeno io, diretta interessata, ho mai pensato con attenzione a quei confusi momenti di passaggio, ma ora sono convinta che se l’avessi fatto non avrei trovato certamente un confortevole “aiuto” in tutte le situazioni adulte di rapporto “sociale” legate alla sfera affettiva, sessuale e varie.
Da adulta,  per sconfiggere l’isolamento intellettuale, trovavo (ma ora li riconosco come “surrogati” alla mia personale ricerca) solo testi, immagini, storie, legati all’omosessualità (Yourcenar “Alexis o il trattato della lotta vana”, finito con suicidio, Mann “Morte a Venezia”, stupendo ma troppo estetico per la vita pratica, Catullo, troppo spinto, Saffo, infinitamente triste, Pasolini, messo al bando dalla società civile, Lady Oscar che abbraccia Rosalie…ambigua più che mai e poi, con chi osare parlarne a 15 anni?… meglio rimuovere…).
Mi pare di capire che l’omosessualità sia quando una persona che si riconosce nel proprio sesso biologico, è attratta da persona dello stesso sesso, e se ne accorge in età adolescenziale, quando iniziano le pulsioni bam bam!!…
Se invece, come uno scherzo della natura, e come è capitato a me, una persona non si riconosce pienamente in uno dei due sessi ma proprio in tutti e due, e questo da subito ( per subito intendo dai due, tre anni), si capisce che “omosessualità” diventi un termine riduttivo.
Io però non ho avuto la fortuna di capire questa cosa, mancandomi gli strumenti intellettuali per farlo, visto che all’epoca della mia infanzia, preadolescenza, adolescenza e vita adulta, gli unici termini utili per un certo personale ragionamento potevano essere: “ermafrodito” (con riferimento al mondo animale/vegetale, o citazioni nell’ambito della letteratura antica, greca per esempio), o “androgena” usato spesso nel mondo del cinema, ma entrambi comunque sempre troppo distanti dalla mia vita reale per darmi necessario supporto mentale.
Insomma, il corpo che mi piaceva tanto fino ai 10 anni, esattamente a metà tra maschile e femminile, ancora libero da impulsi legati alla sessualità in senso genitale, andò cambiando improvvisamente e oserei dire, a tradimento, prendendo visibilmente la via femminile.
Per esemplificare, mi fu chiaro che al mare avrei sempre dovuto portare il due pezzi, sembra una banalità ma assicuro che il primo anno fu seriamente, letteralmente umiliante.
Non che avessi mai desiderato la barba, ma neanche il seno, quindi trauma, tristezza, e tanta consapevolezza che, per me, quella possibilità di vivere pienamente la mia originale dimensione se ne stava andando, che non era possibile arrestare questo processo evolutivo, e che non sarei tornata indietro, neanche volendo.
La mancanza di dubbi in proposito fu terribile, perché il dubbio alle volte sostiene la mente, e quindi non so davvero come rimasi lucida, visto che non ne parlai con nessuno e nessuno capi’ quello che stavo vivendo, tradotto in parole povere, nessuno mi aiutò.
Metaforicamente parlando, inoltre, non mi trovai di fronte ad un bivio ma ad un’unica strada.
Son sicura che non pensai di fermarmi, ma certo da allora un bagaglio di nostalgia e incertezza furono con me, e se devo ringraziare qualcuno per avermi dato involontariamente un grande incoraggiamento a vivere e un sostegno morale, pensa te, è quella fantastica persona che ha inventato nell’abbigliamento, cioè in quella cosa che per la maggior parte del nostro tempo ci mostra agli altri, la parola “UNISEX”.
In ogni caso, avessi riflettuto, cosa che faccio ora, e di questo ti ringrazio, Camilla, avrei trovato proprio in me le risposte tanto cercate, nella mia stessa natura uscita da chissà quale misteriosa combinazione di fattori genetici e quant’altro…e certo, niente mi avrebbe mai “salvato” dalla profonda intima tristezza di aver dovuto dire addio alla mia parte maschile, ma altrettanto certo è che l’avrei fatto con consapevolezza, piuttosto che semplicemente voltando pagina.
Qui lo dico, non avevo e non ho nessun problema fisiologico, neurologico, psicologico, biologico (ho due figli), ma avrei potuto svilupparne a causa della mancata comprensione da parte degli “altri” da me, che, come spiegato, erano sostanzialmente “tutti”.
Parlo giustamente al passato perché ora se ne parla, ed è per questo che esperienze così particolari vanno raccontate, spiegate, perché si crei finalmente una laica, razionale linea di pensiero, e perché nessuno debba mai più sentirsi solo, isolato, affaticato, deriso, per qualsiasi natura abbia, e perché tutti ma proprio tutti possano imparare, da subito, a vedere nella diversità di genere il classico “valore aggiunto”.
Ciao Camilla, grazie per il tuo blog.

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