Disforia di genere

il meraviglioso corpo di ognuno

Le motivazioni per cui non si parla più di corpo sbagliato

“Nella produzione di informazione di massa usufruibile per il grande pubblico, una delle espressioni maggiormente utilizzate per riferirsi alle persone con varianza di genere, bambini/e inclusi/e, è quello del Corpo Sbagliato. 

Questo tipo di espressione, se da un lato  offre l’enorme vantaggio di semplificare il significato dell’esperienza trans*, rendendola così di fatto più accessibile per le persone cis (cioè non trans*,  la cui identità e espressione di genere coincidono con il sesso biologico), ha a mio avviso  lo svantaggio di semplificarla forse un po’ troppo.

Molto spesso, soprattutto nei documentari che si producono per cercare di fare informazione sull’esperienza delle persone trans*, con o senza le migliori intenzioni, vengono descritte unicamente i vissuti di coloro che si identificano con il genere opposto rispetto a quello assegnato alla nascita, cui quasi sempre si attribuisce la sensazione di essere intrappolata in un corpo sbagliato. 

Questo tipo di narrativa, che può certamente corrispondere al sentire di alcune persone, non rappresenta però  necessariamente l’esperienza di tutte quelle che si considerano trans*.  Essere trans* include  infatti quelle persone che si identificano con il genere opposto, ma che  non necessariamente sperimentano una relazione conflittuale con il proprio corpo e che non sempre quindi sentono l’esigenza di intervenire medicalmente per modificarlo. Inoltre, essere trans* può anche voler dire che non ci si identifica nettamente con il genere assegnato, o che ci si identifica con entrambi i generi o ancora con nessuno. Insomma, è una realtà complessa che include differenti vissuti personali rispetto  al genere. Chi vuole fare informazione, e farla bene, dovrebbe tener conto della complessità della realtà che si appresta a descrivere.

Oltre a questa questione, che ha a che fare con l’aspetto semantico della parola trans* e quindi con la scelta di dare priorità a un tipo di esperienza, rendendo invisibile però di fatto tutte le altre, ci sono un altro paio di riflessioni critiche che l’espressione corpo sbagliato inevitabilmente produce e che da sempre entrano a far parte del dibattito femminista, queer e degli studi trans.

La prima è che corpo sbagliato propone e rende concreta un’interpretazione del sesso e del genere che ha luogo seguendo una prospettiva essenzialista, secondo la quale gli elementi che ci costituiscono, unicamente come uomini e donne, sono da ricercare esclusivamente nella materialità del nostro corpo (genitali, cervello, ormoni, gonadi, etc).  Questa lettura porta con sé il messaggio implicito che il genere di una persona sia qualcosa di reale, innato,  immutabile, statico e che trova una propria legittimità solo in caso di perfetta coincidenza con le caratteristiche fisiche utilizzate per definire il sesso di una persona, in primo luogo con i genitali. Se questa corrispondenza si produce, allora il corpo si ritiene abile e con lui la persona che lo abita. In caso contrario, ecco che si parla di un errore, che come tale deve essere risolto, pena l’esclusione sociale. 

Il difetto principale di questa interpretazione è che si sostiene, e a sua volta perpetua, un sistema di genere binario che, per la rigidità che lo caratterizza, esclude, discrimina e stigmatizza tutte le realtà che in questo sistema non si riconoscono. 

In maniera analoga, altre espressioni come Nat@ in un corpo maschile, ma con il cervello femminile (e viceversa) hanno lo stesso potere di ridurre i termini dell’esperienza trans* a una questione puramente fisica, riducendo lo spazio di interpretazione all’interno dei limiti della corporalità. La banale inversione di elementi corporali, che si offre come spiegazione di una esperienza di vita trans*, porta con sé il messaggio che questo ‘difetto di fabbrica’, una volta individuato,  possa essere in qualche modo risolto solo attraverso il riallineamento dei fattori implicati: un adeguamento del cervello al corpo (terapia psicologica riparativa) o del corpo al cervello (interventi ormonali e chirurgici). L’obbiettivo principale diventa in questo modo per la persona trans*, e per gli specialisti interpellati, quello di invisibilizzare il più possibile questa incongruenza, e far così sparire un problema.

Inoltre, se consideriamo la sfera della soggettivazione dell’individuo, e accettiamo la relazione con l’altro, il punto fondamentale da cui iniziamo a  costituirci come persone socialmente viabili, appare evidente come  lo sguardo di questo altro e il modo in cui questo ci definisce finisca con assumere una certa importanza. É quindi necessario chiederci, quali effetti si producono attraverso la ripetizione forzosa di una narrativa che descrive l’esistenza di alcune persone a partire dal paradigma dell’errore e se davvero non sia possibile incontrare dei modi diversi per descrivere un’esperienza, che ha in realtà a che fare più con la variabilità dell’esperienza umana che non con un suo possibile difetto.

 

Infine, privatizzando la varianza di genere e depoliticizzandola attraverso la metafora dell’errore corporale, si produce l’effetto di considerarla come una condizione oggettiva, da gestire attraverso degli interventi puntuali, mirati unicamente alla persona trans*, alla quale si attribuisce non solo il peso di possedere un corpo sbagliato, stigma che già di per sé basterebbe, ma anche la responsabilità di correggerlo.

Così facendo, si svuota la questione trans* del suo significato principale, quello che si produce a partire dall’ interazione sociale e dalla sua dimensione politica, perdendo non solo l’opportunità di una critica al sistema di classificazione di genere su cui è strutturata la nostra società, ma anche la ricerca di possibili soluzioni. 

Da qui una chiamata a tutte le persone interpellate nella produzione del sapere relativo all’esperienza trans*, a prendersi del tempo per questionare il tipo di linguaggio che si utilizza per descriverle, e per riflettere sui significati e sugli effetti impliciti delle parole utilizzate. 

Le persone trans* non sono un corpo sbagliato, semplicemente perché in realtà non esiste nemmeno il corpo corretto. Esiste la complessità della natura umana e prenderne atto può essere liberatorio non solo per le persone che vivono il genere in modo diverso rispetto a quello stabilito dalla norma sociale, ma per ciascuno di noi.”

 

Ecco un esempio di messaggio negativo

 

 

 

Ecco un esempio di messaggio positivo

 

One thought on “il meraviglioso corpo di ognuno

  1. E’ la norma sociale che ti frega, per l’appunto. Quando ero ragazzino io, anni 70/80, già eri fortunato perché ti facevano scegliere fra omosessuale e eterosessuale, ma una volta scelto ti dovevi comportare di conseguenza. Una volta scelto etero, una vita a nascondere il fatto che mi sentivo poco “macho” e mi piacevano tante cose “da femmina”. Ho categorizzato la cosa come ‘problemino’ psicologico (tutti ne hanno, no?) e via. Però, che peccato.

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