Internazionale

Infanzia e transessualità

La  casa  editrice  Catarata ha appena pubblicato il libro ‘Infancia y Transexualidad’, un’opera con cui il pensatore dà voce a coloro che affrontano con coraggio la realtà dell’essere genitori 
E  arrivano le prime storie sulla transessuailtà nei bambini e sul vigore con cui i minori chiedevano di essere riconosciuti nel genere che consideravano, con entusiasmo, essere il loro. A partire da questo momento cominciò uno studio che si è materializzato nel suo ultimo libro, che si presenterà il prossimo 20 ottobre.
– Tra tre settimane si pubblica il suo libro  Infancia y Transexualidad, un argomento che finora ha generato molte controversie. Che novità presenta il libro?
– In questo libro ho tentato di costruire una cornice teorica sulla transessualità infantile in  cui si stabiliscono categorie, concetti, principi, elementi che possano utilizzare posteriormente  medici, psicologi, professori. Quando mi avvicinai al tema, vidi che il discorso biomedico aveva colonizzato questa realtà. Aveva delimitato  molto chiaramente quali erano i  concetti, le categorie, il funzionamento. Lo indicava come un disturbo, una disforia e quello che volevo io era stabilire un’alternativa teorica che fosse indipendente dall’aspetto medico della questione.
– Come è avvenuto il processo?
– La base del libro sono le narrazioni delle madri di questi bambini, molte raccontate nella web dell’associazione Chrysallis. La prima storia mi arrivò in modo personale e mi entusiasmò. Una bambina chiedeva a sua madre in modo estenuante  che le mettesse dei vestitini. Allora decisero di fare un viaggio e di vestirla secondo il genere con cui si identificava.  Sua sorella maggiore era complice e quando un uomo gli disse “che belle  siete tutte e due” la soddisfazione della piccola fu evidente. Dopo cominciai a notare altri casi e mi resi conto che c’è una serie di elementi identici che si ripetono in tutte le famiglie.
– Quali, le domande degli stessi bambini di poter vivere nel genere in cui si sentono identificati?
– Sì. I bambini di solito captano questa realtà molto presto, ma che lo facciano a un’età più o meno avanzata dipende anche dalla capacità dei genitori di reagire e accettare. Un bambino può insistere ben cinque anni finché i genitori dicano basta, ti accettiamo, ti accompagniamo, andiamo a scuola, iniziamo il processo di accettazione sociale… ma non tutti reagiscono nello stesso modo e allo stesso ritmo.
– Il riconoscimento dell’identità di genere ha età?
– Gli psicologi ufficiali che lavorano in unità di trattamento di identità di genere la collocano a un’età molto avanzata, nella pubertà, ma io non sono d’accordo. I motivi che apportano  è che i bambini prima non sono maturi, mentre io credo invece che lo siano per riconoscere se stessi. Il cervello si è già formato per il riconoscimento del corpo e per il controllo dell’identità e ciò avviene a un’età molto precoce. Se non riconoscono il loro genere, questi bambini in realtà stanno soffrendo per l’oppressione della loro identità da parte della famiglia o dell’ambiente. Un bambino  di 8 anni fece sedere sua madre e le disse: “Mamma, io sento qui nella mia testa che sono un bambino”, e fu un punto si svolta per questa famiglia.
– Questi bambini hanno bisogno di uno psicologo che gli dica qual è la loro identità?
– Assolutamente no.  Ci sono volte in cui sono i genitori ad averne bisogno, perché hanno sofferto molto, hanno ricevuto uno choc, hanno visto che la tranquillità della famiglia vacillava, escono dalla zona di confort in modo brusco. È qualcosa che non si sarebbero mai aspettati.  La parola transessuale può risultare spaventosa per i genitori, perché la vedono come una figura presente nell’immaginario collettivo del mondo della notte, della prostituzione, di persone che vivono in una situazione di emarginazione assoluta.
– Però questo concetto non  corrisponde  alla realtà.
– Le persone transessuali non hanno per forza una disforia, o una certa patologia o non devono essere emarginate, cioè non è una cosa ovvia che sia così. Però se esiste questa immagine è perché sono state segregate, condannate all’ostracismno e si è costruita per riferirsi a loro una categoria di abietti e miserabili. E qui risiede l’ingiustizia. Prima ti emarginiamo e poi ti attribuiamo una disforia e un disturbo di identità che noi stessi abbiamo creato. Il malessere non è intimamente unito alla transessualità, lo crea il trattamento da parte della società. I bambini sono assolutamente felici nel momento in cui vengono riconosciuti, accettati e accompagnati per come loro si sentono.
– E se non vengono accettati?
– Possono avere grossi problemi se non li si accetta. Disturbi del sonno, incontinenza urinaria, irritabilità, ira. Ma cambiano radicalmente nel momento in cui vengono accettati.
– Suppongo che molti genitori si sentiranno persi al momento di avvicinarsi alla transessualità dei loro figli, mascherare e cercare che sia un gioco da bambini o affrontare la situazione come una realtà?
– Credo che la prima cosa  che deve fare la famiglia sia lasciare che i bambini si esprimano liberamente, in modo semplice, senza coercizioni, senza nessun tipo di pressione. La cosa peggiore che si possa fare con questi bambini è reprimere, castigare. E poi  bisogna accettarli con normalità. I servizi ufficiali hanno bisogno di tempo, ma questi bambini spesso non possono aspettare, e poi aspettare cosa? Che cambi la società? O, come dice una madre, che perdano l’infanzia? E c’è dell’altro. Questi psicologi lavorano perché ci si abitui a una nuova realtà in casa, ma non fuori, e questa specie di vita schizofrenica è totalmente negativa.
– Che succede con questi bambini a scuola? Subiscono bullying?
– Quando si avvisa con tempo la direzione, si parla con gli orientatori e i tutori sono attenti, la loro vita può essere abbastanza facile. I bambini si adattano molto bene. A volte i compagni di classe sanno che la bambina è una bambina molto prima che lo sappia la famiglia.  Generalmente vedono  la transessualità como una cosa naturale.
– È  l’adulto che lo trasforma in qualcosa di negativo?
– Molte volte sono i genitori dei compagni che lo vedoono come qualcosa di tremendo, qualcosa che possa contaminare e contagiare gli altri.
– Servirebbe più informazione nei centri?
– È assolutamente necessaria e la legge deve prevedere un’educazione nella diversità sexogenerica. È una cosa imprescindibile. I bambini devono sapere che non esistono solo bambini con il pene e bambine con la vagina. Questo non appare né nei libri di testo né nella legge, malgrado sia necessario perché i bambini crescano in modo diverso e si arricchiscano. Ci sarà più rispetto se si conoscerà questa realtà.
– La società è preparata per accettare la differenza?
– C’è di tutto. Però credo che stia avvenendo un cambiamento, in modo inconsapevole, da un modello binario, intransigente, radicale e irrispettoso, che espelle di norma le persone differenti, a un sistema di accettazione di una società sessualmente plurale e multidimensionale. Manuel Castel scriveva che  solo una quarta parte dei bambini statunitensi sta vivendo in famiglie nucleari patriarcali, il resto lo fa in famiglie ricostituite, monoparentali, omoparentali, o altro. Si sta anche cancellando la contrapposizione tra uomo e donna visti come due elementi opposti. Oggi a nessuno viene in mente di pensare che una donna non sia tale perché ha adottato ritmi o abitudini maschili o, al contrario, che un uomo sia effeminato perché prepara da mangiare, va a prendere i bambini a scuola o è molto emotivo.Si accetta fino a un certo punto l’omosessualità, si riconoscono la paternità o il matrimonio indipendentemente dai casi di  omofobia o transfobia che sono probabilmente molti e molto forti.
– Nell’ambito medico come viene considerata la transessualità?
Queste generazioni di bambini transessuali e le loro famiglie stanno cambiando il mondo. Lo penso umilmente. Alcuni specialisti si domandano che fare quando arrivano bambini transessuali che abbiano assunto il loro ruolo già da anni. Il discorso biomedico ufficiale deve cambiare e infatti questo sta accadendo. Perché non si tratta di una malattia, né di una patologia. Non si può pensare questo. Ancor oggi uno dei requisiti per il tratttamento ormonale delle persone transessuali è il sottoporsi a un procedimento molto lungo di diagnosi e valutazione. Anche se già esistono dottori che lo fanno tranquillamente e senza problemi. Sanno che a volte si è agito male e che il fenomeno non si può trasformare in una patologia.
– E dal punto di vista legislativo?
– Devono cambiare le leggi. Ce ne sono varie regionali ma non ne abbiamo ancora una nazionale. È assolutamente necessaria una legge che  riconosca i diritti che già esistono  e che li affermi definitivamente. Servono una legge in Parlamento e i conseguenti protocolli, serve che tutte le pratiche siano facili, il cambio del nome, del sesso, il tratamento medico.
– Nei centri educativi manca educazione sessuale perché i giovani diventino adulti con una vita sessuale sana? Ci sono ancora tabù?
– Tutto quello che riguarda l’educazione sessuale non è ben visto nelle scuole, ci sono molti tabù. Ho sempre pensato che sarebbe assolutamente necessario che esistessero nei centri scolastici delle squadre di orientamento con pedagoghi, sessuologi, assistenti sociali e che i ragazzi ricevessero un orientamento riguardo alle pratiche,all’innamoramento. Perché alla fine ricorrono agli amici e magari nemmeno loro hanno le conoscenze necessarie. Che avessero un orientamento adeguato fornito da specialisti sarebbe fondamentale, ma questo non avviene.
– Le generazioni attuali hanno aumentato il valore dato all’ “io” all’ennesima potenza. È positivo cercare la felicità per se stessi, essere meno sacrificati, o siamo sulla cattiva strada?
– Da  una parte è importante che abbiano autostima, però d’altro canto è anche importante che conoscano i benefici della disciplina, il sacrificio, il lavoro, lo sforzo, concetti che  stanno perdendo forza. Non  tutto è  un gioco. Lo sforzo è necessario per imparare fisica, matematica o inglese.
– Che pensa della Lomce* (*Ley orgánica para la mejora de la calidad educativa/Legge organica per il miglioramento delle qualità dell’istruzione)? Maltratta intenzionalmente la filosofia?
– In questo mi trova impreparato, ma è chiaro che la filosofia sta per sparire. Dai licei e dalle università. La storia della Filosofia si riduce a una materia facoltativa e ciò è un handicap molto importante. L’insegnamento  deve essere sempre  critico e quello che può apportare la filosofia è precisamente il suo carattere critico, la capacità di analisi, la capacità critica della ragione.
– Qual è lo stato di salute attuale dell’insegnamento?
Si stanno screditando i professori. Possono ricevere considerazione i cantanti, gli artisti, i giocatori di calcio ma i professori non hanno prestigio. È difficile che qualcuno riesca a trasmettere qualcosa se le persone che ha davanti non provano nessun tipo di attrazione o, persino, di ammirazione. È anche totalmente disprezzata la cultura. La letteratura, l’arte, la filosofia, la biologia, il pensiero in generale, non hanno nessun tipo di valore.

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