Siamo noi

La fase

Quando tuo figlio inizia a fare cose buffe ovviamente pensi che sia una fase.

A dir la verità lo pensi anche quando fa le bizze, quando non dorme, quando non mangia, quando non vuole andar a scuola, quando litiga coi fratelli, quando chiede sempre perché, quando vuole solo la mamma, quando… quando… quando. E’ sempre UNA FASE.
Di qualunque cosa tu possa parlare con amici e parenti  riguardo a tuo figlio o tua figlia la risposta puoi star certo sarà sempre “Tranquilla! E’ una fase!”
E non avete idea di quante volte in 8 anni mi sono sentita dire di star tranquilla. Anche se la fase era  eterna e anche se non ero affatto preoccupata!
Sicuramente per i primi due anni ho pensato anche io che fosse una “fase”. Lo lasciavo molto libero di esprimersi.  Del resto era così felice coi suoi vestiti e con i suoi giochi e non faceva nulla di male! Non mi ero nemmeno posta il problema che tutto quello volesse dire qualcosa. L. da piccolino pareva un giocatore di football americano e quando si metteva i suoi vestitini a fiorellini ricamati a nido d’ape che avevo comprato anni prima per mia figlia in questo bellissimo negozietto in Rue Dauphine a Parigi, faceva veramente sorridere. Lui dalla prima volta che li aveva visti nell’armadio (perché mia figlia ovviamente non li aveva praticamente mai messi perché piacevano a me e non a lei) non se ne era più separato. Andava al nido, al tempo, e quando usciva il suo primo pensiero, appena entrava in casa, era mettersi il suo vestito. Ne aveva 4. Perché ai due di mia figlia se ne aggiungevano altri due miei, di quando ero piccola. E poi ce n’erano un altro paio che però non gli piacevano… erano blu….e il blu “non è da principessa, mamma!” Così, appena arrivati a casa, si metteva a suo agio e poi si guardava Cenerentola o La bella addormentata e lui era sempre “lei”: Aurora, Ariel, Rainbow Dash, Belle, Trilly, Barbabella. L’unico personaggio maschile in cui si identificava era l’unicorno Onchao del cartone Mia and Me, che effettivamente con la chioma bionda fluente  assomigliava molto più a una femmina che a un maschio.
Mi era capitato  di parlare con le maestre chiedendo loro se riscontrassero in lui qualche disagio, qualche ombra di tristezza, qualche atteggiamento eccessivo. Loro mi tranquillizzavano dicendo che tutto era normale “per la fase che stava attraversando”! Aveva molte amichette femmine e anche a scuola faceva più volentieri giochi da femmina.
Finchè, non mi dimenticherò mai, l’ultimo giorno di nido, proprio l’ultimo, una delle due maestre mi mandò a chiamare e così a bruciapelo mi disse: “Io credo che tu debba andare a parlare con uno psicoterapeuta dell’età evolutiva, ma uno bravo! Perché L. ha chiaramente un problema e se continua così a settembre alla scuola materna avrà una vita d’inferno! E inoltre basta comprargli principesse! Inizia un po’ con le macchinine e le pistole che vedrai che passa tutto”
“Passa tutto”
Io rimasi attonita.
Arrivai a casa e mi feci immediatamente dare da una amica il numero di una psicoterapeuta infatile da cui era stata anche lei con la figlia. Non tanto perché volessi ubbidire a bacchetta a ciò che la maestra aveva detto, ma perchè volevo capire chi fosse quella fuori di testa! Del resto anche quasi tutte le mie amiche criticavano la mia accondiscendenza e si premuravano di regalare loro a mio figlio giochi da maschio per i compleanni, visto che io non lo facevo.
Andrai dalla dottoressa. Esposi la situazione. Lei ascoltò e poi mi chiese: “il punto è uno: lei che rapporto ha con l’omosessualità?”
Al tempo mi era sembrata una domanda così giusta! Se ci ripenso adesso 6 anni dopo capisco invece quanta non-conoscenza ci sia anche da parte degli “addetti ai lavori”!

Comunque, dopo questa domanda, alla quale risposi ovviamente che non avevo alcun problema, la psicologa mi disse che la persona inadeguata era stata sicuramente la maestra  e che io non avevo assolutamente sbagliato nell’assecondare mio figlio nei suoi gusti. Anche se già sapevo istintivamente di aver fatto la cosa giusta, avere la conferma da una specialista mi sollevava. Non solo: mi dava carta bianca per rispondere a tutte quelle persone che, oltre la maestra, mi dicevano che sbagliavo.

La dottoressa mi suggerì inoltre di lasciar fare a L. ciò che voleva, ma di ignorarlo, di non complimentarmi su che principessa bella fosse o come gli stesse bene un vestito o un gioiello per vedere se il suo era solo un mezzo per attirare l’attenzione.
Così feci e la fase non passò!
L. è sempre Onchao e sfoggia con orgoglio la sua bellissima maglietta rosa che dice: “Be yourself! Unless you can be a unicorn!” (Sii te stesso! A meno che tu non possa essere un unicorno!)

One thought on “La fase

  1. “Inizia un po’ con le macchinine e le pistole che vedrai che passa tutto”.
    Che incompetenti!

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