Cara CamillaHome

La realtà vera

Ieri ho conosciuto una mamma come me e dopo una lunga conversazione ha condiviso con me alcuni suoi pensieri….

 

“Qualche sera fa, durante un dibattito, sono stata definita una mamma illuminata, poiché accetto incondizionatamente la transessualità di mia figlia. Non mi sento una mamma illuminata, né una mamma coraggiosa. Mi sento mamma. Sono una mamma che ama la propria figlia e desidera vederla serena e felice. Sono una mamma! Mia figlia è nata donna in un corpo maschile, prigioniera di una fisicità che non sente sua, nei confronti della quale nutre un profondo rifiuto. Il suo unico, grande desiderio è quello di sciogliere le catene che la bloccano fin dalla nascita e poter essere quella che realmente è: una donna nel fisico e nella psiche. Corpo e mente finalmente all’unisono in un’unica, meravigliosa sinfonia!

Fin da quando era piccola ho avuto con lei un rapporto di grande amore e confidenza, ma sentivo che c’era una parte di lei per me inaccessibile. Io, noi tutti, vedevamo un bambino, parlavamo, giocavamo con un bambino che credevamo felice. Nei suoi occhi, però, vedevo una profonda tristezza, una richiesta che non riuscivo a comprendere e che mi feriva; feriva il mio amore di mamma e mi faceva sentire impotente nei suoi confronti. Una tristezza che aumentava con il passare degli anni e che la portava ad essere sempre più schiva e diffidente nei confronti del mondo .

Non capivo quale fosse il motivo per cui mi chiedesse giochi che, nella nostra cultura stereotipata, riteniamo femminili; quale fosse la ragione per cui preferisse compagnie femminili e da cosa dipendesse il suo voler indossare gli abiti delle sue amichette. Non capivo perché mio figlio maschio desiderasse così tanto appartenere a questo “mondo rosa” e rifiutasse la sua realtà “azzurra”, ma sono felice di non averglielo mai impedito. Sono felice di averla assecondata, nonostante avessi tutti contro, nonostante i vari suggerimenti di visite neuropsichiatriche e gli sguardi di disapprovazione che, paradossalmente, mi spronavano a perseverare nella mia scelta di lasciarla libera e non forzare le sue di scelte. Forse, in questo sì, posso sentirmi una mamma illuminata!

Con il tempo, si è fatta sempre di più strada dentro di me la consapevolezza che il comportamento di mia figlia – che nella gente provocava ilarità, curiosità morbosa ed era oggetto di mortificazioni e atti di bullismo anche seri – non fosse un atteggiamento passeggero o dovuto ad una situazione di disagio mentale. Sono diventata, così, la sua più grande e migliore alleata, senza mai però forzarla a confidarmi qualcosa che ancora non era chiaro neanche dentro di lei. Per anni le sono stata vicina, difendendola da attacchi vili di persone grette e cattive. Le ho insegnato a camminare a testa alta senza vergognarsi del suo atteggiamento o del suo abbigliamento stravagante, per un ragazzo. Ho cercato di fare in modo che gradualmente acquisisse un po’ della mia forza ed ho aspettato che fosse in grado di poter spiccare il volo da sola.

Abbiamo sofferto insieme, siamo cadute insieme e insieme ci siamo sempre rialzate. Il suo primo coming out è stato sulla sua omosessualità. Sapevo che quello era solo il primo passo, ma per me andava bene così. Aveva cominciato a prendere consapevolezza di qualcosa dentro di sé ed era giusto che questa consapevolezza maturasse un po’ alla volta. In questa ultima parte del percorso è stata sostenuta dall’aiuto e dalla professionalità di una psicoterapeuta, che l’ha supportata dandole la possibilità di aprirsi e di gridare al mondo chi fosse veramente.

Ho un debito nei confronti di mia figlia. Grazie a lei ed al coraggio della sua scelta, ho imparato a guardare al mondo con occhi diversi. Ho imparato che io vedevo mio figlio, ma in realtà guardavo mia figlia. Mio figlio non è mai esistito. Nel momento in cui io ho imparato a guardare oltre e a smettere di pensare in maniera stereotipata, negli occhi di lei è sparita quella immensa tristezza che la accompagnava fin dall’infanzia. La mia crisalide si sta finalmente trasformando in una meravigliosa farfalla!”.

 

  “Io mi immagino”…tre brevi, profonde parole pronunciate da un ragazzo transessuale come risposta alla domanda “come immagini il tuo futuro?”. Io mi immagino! Tre brevi parole, un universo di riconoscimento, di sogni, di speranze fin’ora negati. Ora io immagino me stesso/a, ora so che posso sognare, vivere, amare. Leggete queste tre parole, vi prego, lentamente, assaporandone il significato profondo, recondito. Gustatele e chiedetevi se non sono le più belle, significative parole che vorreste sentire da un figlio. Non le ha pronunciate mia figlia, ma le sento mie come se lo avesse fatto, perché so che anche lei, finalmente adesso si immagina!

 

“Ci sono delle leggi scritte ed è giusto che vengano rispettate. Premesso questo, credo che dovrebbero esserci altresì delle leggi del cuore, che ritengo, in alcune situazioni, anche più importanti e di aiuto per chi vive situazioni dolorose, senza che i propri diritti vengano in alcun modo tutelati dalle leggi scritte.
“ Buongiorno, capisco che il mio nome anagrafico sia Francesco, ma io sono , mi sento, sono nata Maria. Capisco che la legge stia dalla sua parte, ma le dispiacerebbe chiamarmi Maria? Le dispiacerebbe rivolgersi a me al femminile? Non le chiedo di cambiare deliberatamente il mio nome sugli atti ufficiali. Le chiedo, da essere umano come lei, di rispettare i miei sentimenti, la mia vera entità, quella entità che mi è stata negata alla nascita e che sto faticosamente e duramente cercando di riprendermi!”
“Mi dispiace, ma per me sei e resterai Francesco finché un tribunale non cambierà i tuoi attuali dati anagrafici! Non ritengo educativo che ogni richiesta venga assecondata da parte di tua madre!”
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Facciamo un attimo chiarezza! Il sesso biologico è una cosa. Il genere a cui si sente di appartenere è un’altra.
Non voglio parlare di teoria gender. Voglio parlare di sentimenti, sentimenti feriti, sentimenti mortificati, sentimenti repressi per paura di essere” diverso” da una” normalità” che è diventata regola e si è saldamente strutturata .
Si può nascere in un corpo che non sentiamo nostro, può capitare a tutti…potrebbe capitare anche ai vostri figli o nipoti! Francesco non ha deciso di essere Maria, non l’ha scelto come molti credono!
Francesco è nata Maria! In realtà Francesco è solo il frutto di quello che noi vediamo, ma quello che noi vediamo ferisce Maria. Qui non si tratta di essere diseducativi ed assecondare. Il discorso, per quanto articolato, è molto semplice. Francesco esiste all’anagrafe, sugli atti ufficiali, sui documenti…su dei pezzi di carta! Nella realtà, nella vita di tutti i giorni esiste Maria, una ragazza che lotta, una leonessa, una donna che ha il sacrosanto diritto di vivere la propria vita senza essere vittima di pregiudizi, che ha il diritto di innamorarsi, di ridere e urlare al mondo “ Io sono Maria, che ti piaccia o no io sono Maria!”.
Se mi riterrete ancora una mamma diseducativa, vi dico, vi urlo che sono felice e fiera di esserlo e che continuerò ad esserlo finché avrò voce, affinché ogni Francesco e ogni Maria siano rispettati per quello che sono e non per il nome che portano!!”

 

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