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La strada ritrovata

Qualche tempo fa, dopo essermi consultata con alcune delle famiglie conosciute tramite questo blog, e sopratutto dopo aver letto un articolo di Repubblica del 2013 in cui l’equipe del Prof Maggi dichiarava la propria volontà di essere presenti e accompagnare tutte le persone transessuali nel loro cammino a partire dall’infanzia, ho deciso di scrivere loro una lettera. La loro disponibilità infatti non era stata ben accolta al tempo, anzi erano passati per dei visionari che volevano cambiare il sesso ai bambini. Esattamente come noi famiglie passiamo per essere quelle che sbagliano con i propri figli per un motivo o per l’altro. Così la mia idea era di proporre in incontro per poter iniziare a muoversi insieme in una sorta di regime di “domanda-offerta”

Ho inviato una  lettera al Prof Maggi e la nostra richiesta è stata immediatamente accolta ed è stato fissato un appuntamento per il 20 aprile.

A parte qualche raro caso, i contatti che avevo avuto con le varie famiglie erano stati solo telefonici o virtuali così l’incontro era anche una buona occasione per conoscerci. Ci siamo così ritrovati giovedì scorso davanti all’entrata principale del nuovo ingresso di Careggi. Un ingresso devo dire che dà un certo senso di benessere, ampio, pulito, arioso, con le fontane d’acqua che pare un po’ di stare a Valencia.

L’incontro con le altre famiglie è stato molto bello, quasi ci conoscessimo tutti da tanto tempo. C’eravamo io e il papà di L., due famiglie di Roma, un’altra di Firenze, due di Venezia e una di Torino.

Siamo stati accolti in una bella aula dove le sedie erano state messe in cerchio per farci sentire parte integrante dell’incontro. L’equipe dell’ambulatorio di disforia di genere era al completo, il Prof Maggi, la dott. Fisher, la dott Ristori e il dott. Castellini. Non solo: la direttrice generale dell’azienda ospedaliero-universitaria di Careggi, la Sig.ra Monica Calamai si è unita a noi e più tardi anche il direttore sanitario Sig. Lavazza.

Non so se fossimo più emozionati noi o loro. Loro che da anni hanno a cuore le sorti delle persone transessuali che cercano di curare con attenzione e expertise e che vorrebbero riuscire a seguirle fin dalla giovane età per evitare loro grandi scompensi psicologici, e noi che abbiamo passato anni a cercare qualcuno che ci potesse aiutare a capire e seguire.

Era lì con noi anche una ragazza sui 40 anni che inizia a raccontarci la sua storia. E’ una donna adesso ma era nata biologicamente maschio. Essendo degli anni settanta aveva ancora meno idea di noi di che cosa le succedesse. Sentiva che il suo corpo non le corrispondeva ma per gran parte della sua vita aveva cercato di compensare il malessere con lo studio e il volontariato. Racconta però che sì, anche se lei aveva fatto la transizione da adulta, fin da piccolina si era sentita così e che se avesse avuto delle famiglie accoglienti come noi e una struttura sanitaria adeguata probabilmente la sua vita sarebbe stata migliore. Diceva di aver iniziato davvero a vivere solo dopo la transizione e che ancora oggi sentiva che una gran fetta della sua vita, tutta la parte della adolescenza e della giovinezza, le è stata portata via, non era mai esistita! Ci ha ringraziato di esserci per i nostri figli con un amore nello sguardo da confermare a tutti che stiamo facendo la cosa giusta al di là di ogni possibile dubbio.

Ognuno di noi poi ha iniziato a raccontare la propria storia. Il prof. Maggi infatti aveva proposto di fare ognuno una sintesi di vita e di difficoltà incontrate.

Ha iniziato la famiglia di Roma. Padre e madre di una figlia di diciassette anni, la prima in Italia ad aver potuto aver accesso ai bloccanti, genitori adesso diventati attivisti all’interno dell’associazione Beyond Differences. La loro bambina diventata ragazza era diventata anoressica, perché non voleva che il suo corpo diventasse quello di un uomo. Così a una lezione di biologia aveva sentito dire che digiunando si bloccava lo sviluppo e lei aveva deciso di smettere di mangiare. Finché approdando a Careggi, l’equipe medica non ha preso a cuore il suo caso e si è appellata al comitato etico per poterle somministrare i bloccanti e oggi è una ragazza felice!

La seconda famiglia era di Torino. Una madre con figlio 17 enne che ha preso la parola. Nato biologicamente femmina, non si era mai sentito a proprio agio nel proprio corpo, ma non sapeva che cosa fosse la disforia di genere, né lo sapevano i suoi genitori per cui dopo un’infanzia passata alla bene e meglio giocando sul fatto che il corpo gli permetteva di nascondere il disagio, era arrivato alla pubertà e alla comparsa della prima mestruazione che lo aveva mandato nella disperazione più totale tanto da farlo smettere di mangiare e anche di camminare. Ricordo le sue parole “Quando il corpo inizia a cambiare….voi non potete capire, ma è la morte!” Trovato casualmente sul internet l’articolo di Repubblica 2013 che parlava dell’ambulatorio di careggi per la disforia di genere aveva subito chiamato sua madre dicendo “mamma, dobbiamo andare qui!” Anche per lui l’equipe si è appellata al comitato etico e adesso ha ricominciato a mangiare e a vedere un futuro. Un ragazzo in gamba, che studia giapponese, suona il basso elettrico al conservatorio ed è bravo a scuola e finalmente inizia di nuovo a uscire coi suoi amici!

Io a questo punto non riuscivo più a trattenere le lacrime. Nelle loro storie risentivo le parole delle decine di persone che mi hanno scritto in questi mesi e vedevo tutta l’assurdità e, lasciatemelo dire, anche la crudeltà, di non essere informati su un argomento tanto delicato come la disforia di genere e del vietare l’intervento con presidi medici se non in caso di pericolo di vita.

Era il nostro turno, ma ho dovuto passare la palla al mio ex marito perché io non ce la facevo proprio. Avevo le parole che mi si strozzavano in gola. Così lui ha raccontato la nostra storia che già sapete.

L’altra famiglia di Firenze ha parlato dopo di noi. Il papà, il mio nuovo eroe, ha preso la parola in maniera sicura e pimpante iniziando a raccontare come il loro bambino di quattro anni già da un anno abbondante volesse vestirsi sempre da femmina e dicesse che lui voleva essere una femmina. Ovviamente all’inizio pensavano fosse un gioco. Ma poi la famosa fase non passava e hanno iniziato a porsi delle domande e sono approdati al mio blog e hanno capito che le nostre storie erano simili e mi hanno chiamato. La settimana prima erano andati addirittura a fare shopping nel reparto femminile di H&M e il loro bimbo aveva finalmente potuto scegliere i vestiti che voleva. E mentre diceva queste cose e raccontava la felicità del figlio, il mio nuovo eroe fa una pausa, gli occhi gli si riempiono di lacrime, si schiarisce la voce, si scusa…. e io mi sento sollevata a non essere l’unica commossa. Con la coda dell’occhio vedo che anche il mio ex marito ha le lacrime e anche molti degli altri genitori.

Le tre famiglie rimaste hanno tutte e tre tre bambini di 6 anni e la grande preoccupazione dell’inizio a settembre della scuola primaria. I loro bambini come tutti gli altri hanno fin dalla primissima infanzia dimostrato la predilezione per tutto ciò che era femminile e anche chiesto quando potessero diventare femmine. Esattamente come nel mio caso adesso che erano un po’ più grandi iniziavano a sentire il peso della società e quindi iniziavano a prendere consapevolezza del loro corpo e a dimostrarsi quasi rassegnati al fatto che femmine non possono essere. I genitori lamentavano un totale vuoto di informazioni. Anche loro dicevano che non ci fosse stato il mio blog non avrebbero saputo che cosa fare e che volevano essere guidati nel fare la cosa giusta perché i loro bambini rimanessero bambini felici e sereni anche in futuro.

La direttrice Calamai era letteralmente incollata con lo sguardo a ognuno di noi. E così il direttore sanitario, Lavazza. L’equipe di disforia di genere ogni tanto annuiva come a dire “si sono proprio così tutte le storie!” Ognuno ha potuto parlare, raccontare, chiedere, chiarire, piangere. E il pianto non era dovuto tanto all’ansia per la condizione dei nostri figli quanto alla commozione di sentirci finalmente ascoltati e poterci finalmente abbandonare alla cura di qualcuno disposto ad aiutarci.

Siamo rimasti lì due ore e mezzo in un susseguirsi di storie e proposte per come cambiare le cose, fare informazione, andando dal particolare al generale. Nessuno è stato trascurato. Il gruppo era unito e omogeneo. Tutti insieme genitori, medici e direttori. Insieme per il bene comune. Come dovrebbe essere. E come se finalmente avessimo ritrovato la strada e la fiducia per percorrerla siamo andati tutti a pranzo insieme. Ospiti del fantastico Prof. Maggi che sembrava più felice di noi!

 

 

2 thoughts on “La strada ritrovata

  1. Siamo molto molto felici per voi ,,,,, vedi tutte le energie trovano ricompensa piano piano un abbraccio

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