Siamo noiStampa

Liberi di Essere

Lunedì 15 maggio sono andata a Trento invitata alla conferenza Liberi di Essere organizzata dall’Arcigay.

Trento era bellissima. L’accoglienza da parte degli organizzatori fantastica. Ma soprattutto la sensazione di essere tra persone amiche è impagabile. Forse in questa situazione è la cosa che mi manca di più: stare in mezzo a chi sa già, accoglie, capisce e allora puoi stare lì in relax a bere una cosa e ridere e scherzare come chiunque altro. In un mondo in cui tutti cercano spasmodicamente la visibilità, pare impossibile, ma l’anonimato e la normalità stanno diventando merce incomprensibile.
La conferenza era divisa in due tranche. Nella prima parlavano lo storico Vincenzo La Gioia e l’antropologa Alessandra Gribaldo. Poi c’eravamo io, Paolo Valerio, presidente dell’ONIG (osservatorio nazionale identità di genere), Ale Crash Martorana un fantastico ragazzo non binario di 19 anni e la moderatrice, la dottoressa Roberta Bommassar, vicepresidente dell’ordine degli psicologi di Trento.

Non vi nascondo l’agitazione totale nel dover parlare per la prima volta di fronte a un pubblico e con un microfono. Sembra una stupidaggine….ma il microfono ti fa quel effetto “registrazione su cassetta” come una volta che quando ti risentivi l’unica cosa che potevi pensare era “certo che voce di m**** che ho”. Ecco sentire la voce che hai e dover anche continuare a parlare sembra una sciocchezza ma non lo è. Sapere di avere 46 anni e sentirti in difficoltà come alla prima interrogazione di latino non aiuta. Sapere che a quella interrogazione avevi preso 3 ancora meno.

La mia più grande paura era di dire cose sbagliate, o cose poco politicamente corrette, o di non riuscire a parlare affatto. Ma era anche quella, come sempre, di esporre mio figlio. Voi forse credete che io non ci pensi, ma invece ci penso costantemente. Il giorno prima era uscito un articolo in cui i commenti non si erano risparmiati. Insomma non mi sono seduta su quel palco a cuor leggero.

Ale ha parlato per primo. Nessuno dei due aveva preparato un discorso e tutti e due eravamo forse un po’ imbarazzati nel mettere in parole cose per noi normali e quotidiane. Vi parrà banale, ma nel dover descrivere qualcosa per voi assolutamente abituale, non è facile trovare un filo del discorso. Vorresti che l’altro capisse tutto, ma per poterlo capire dovrebbe essere dentro di te. Devi cercare di tirar fuori i punti essenziali e a volte inquadrarli non è affatto semplice.

Insomma probabilmente né io né Ale ci ricordiamo che cosa abbiamo detto (io di sicuro no) ma gli altri sono stati entusiasti.

Mentre parlavo vedevo su di me gli sguardi sconosciuti che paradossalmente sentivo più vicini degli sguardi che avrei creduto mi sarebbero stati vicini. La madre di Ale annuiva con sguardo commosso e io non mi sentivo più sola. Ma annuivano anche altre donne che non staccavano i loro occhi dai miei. E poi in prima fila Marianna, mamma come me di un bimbo in rosa della stessa età del mio, che era venuta a incontrarmi personalmente dopo tante conversazioni “virtuali” che ci hanno unito dopo che lei, grazie al mio blog, si è messa in contatto con me… Marianna alternava sorrisi a preoccupazione come su un’altalena (e quanto la capisco!).

Alla fine di tutti i discorsi dei vari relatori il mio pensiero però si concentrava su una cosa: eravamo stati quasi 4 ore a cercare di spiegare perché e come ci siano persone che hanno un’identità di gente differente, ma non ci eravamo soffermati un solo attimo a spiegare come mai il cervello umano nella maggior parte dei casi si rifiuta di accettare in maniera semplice e naturale chi è differente da sè. E’ vero, in natura il branco tende a escludere il debole, quello che resta indietro, quello che non può scappare dal nemico. Ma noi non eravamo deboli. Avevo davanti a me la prova che in quella stanza eravamo solo persone forti, grandi eroi ognuno a modo proprio, anche solo per il fatto di essere lì.

Mi sentivo frastornata una volta tornata in albergo. Avevo una leggera confusione in testa. Sapete quando ti senti assalito dai mille perché della vita. E vedi le ingiustizie e vedi le cose belle e tutto pare semplice ma invece è difficile. Paranoie da femmine, insomma, tanto per rimanere in tema stereotipi di genere.

La mattina sul treno che mi riportava a casa continuavo a pensare e a pensare, finché ho preso in mano il mio telefono e mi sono messa a scegliere delle foto di me e i miei figli per fare un album e come per magia …..”ti si sono riallineati i chakra?”….mi chiederebbe prendendomi in giro un mio amico…sì….non so che cavolo si sia messo a posto, ma i sorrisi dei miei figli, la loro serenità, i colori dei loro vestiti, la vitalità che sprigionano mi ha fatto chiarezza: in quella stanza la sera prima, durante la nostra conferenza, eravamo un esercito che combatteva insieme: c’era il generale, Paolo Valerio, che studia e col suo carisma fa il suo compito di rappresentante della scienza. C’erano gli ufficiali superiori e inferiori, Vincenzo, Alessandra, Roberta che ognuno nel proprio campo portano avanti la loro battaglia per la conoscenza, il bene comune e l’aiuto reciproco. C’erano i sottufficiali: Paolo, Miriam….che si erano armati e prodigati per organizzare quell’incontro e poi c’eravamo noi, io, Alessandro e le persone ad ascoltare che eravamo i soldati semplici, i combattenti sul campo, la truppa. E’ vero….avevo avuto la sensazione che a tratti non ci fosse connessione tra l’uno e l’altro e invece in un attimo eravamo un UNO: nessuno di noi in realtà può esistere senza l’altro in una battaglia comune per il futuro di quei bambini il cui solo sguardo in foto mi aveva riallineato i chakra (per chi pensa che io sia seria con i chakra sappiate che c’è chi mi dice che ce li ho bloccati dalle gocciole pavesi).

One thought on “Liberi di Essere

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *