Cara Camilla

Cosa significa sentirsi un ragazzo

Grazie al bel servizio di Claudio Giambene e Andrea Frenguelli andato in onda a Forum domenica 9 settembre, sono stata contattata da alcune famiglie. Tanti mi hanno detto che la trasmissione è stata orribile ed effettivamente la causa non era delle migliori, ma noi siamo qui NON per essere belli, ma per portare a casa il risultato. Ecco: quell’ora di pessimi litigi hanno finito per far sentire meno sole 4 famiglie e io questo lo chiamo “un risultato”. Purtroppo spesso i racconti  non fanno altro che confermarmi l’estrema necessità di cambiare il mondo fuori di noi perché i nostri figli e le nostre figlie non soffrano più.

Voglio condividere con voi una testimonianza che trovo molto importante perché molto rappresentativa di ciò che accade quando si ha una figlia che si sente figlio.

 

“Buongiorno. Ieri sono stata dalla psicologa con mia figlia , credo sia stato il terzo ed ultimo incontro . Fatto lo sfogo vi racconto la storia . Con l’arrivo del menarca in mia figlia si sono manifestati quelli che personalmente avevo interpretato come l’inizio di una adolescenza complicata. Aveva repulsione nel doversi cambiare l’assorbente, non accettava che il seno le crescesse , cominciò a vestirsi con indumenti molto larghi, felpe rigorosamente col cappuccio e spesso tirato su anche in casa. Ogni approccio mio di dialogo mi veniva stroncato , a volte anche in malo modo . La mia proposta a mio marito di rivolgerci a qualcuno di più competente fu bocciata. ( Perché , a suo avviso, era una fase, la vivono tutti , col tempo si supera ecc ecc ) . Fino a prima della comparsa delle mestruazioni il rapporto con mia figlia non era mai stato complicato. Non aveva mai espresso particolari esigenze, se non il non volere gonne nell armadio, o il volersi tagliare cortissimi i capelli, o preferire magliette da maschietto piuttosto che da femminuccia. Non ho mai visto in lei atteggiamenti più mascolini di quanto non lo fossi io alla sua età. Le piaceva uscire in bici , giocare a calcio piuttosto che con le Bambole, quando giocava con la sorellina lei era sempre il papà o cmq mai una principessa. Non ho mai sentito tutto ciò come un peso . Tornando all’arrivo dell adolescenza, comincia una parziale chiusura , esce sempre meno ed ha sempre meno amici , comincia a usare Internet e resta in camera sua per la maggior parte della giornata, ogni volta per farla uscire è una litigata, a scuola le cose precipitano, non è mai stata eccellente ma diventa proprio insufficiente. Non vedo in lei sforzi per migliorarsi , mi appare totalmente disinteressata al mondo che la circonda , sempre assente . Non nascondo che spesso avevo paura, paura che stesse subendo degli atti di bullismo a scuola , che qualcuno si prendesse gioco di lei. Ovviamente ho cercato di parlarne con lei che prontamente smentita tutto. Come ho cercato di parlarne con le insegnanti che oltre a smentirmi riportavano l’attenzione sui suoi scarsi risultati scolastici , la sua totale mancanza di impegno e di attenzione. Intorno a gennaio di quest’anno comincia la preparazione per la sua tesina di terza media. Argomento: omosessualità e omofobia. In un primo momento ero contraria perché è un argomento così attuale ma allo stesso tempo così pregiudicato. Le ho detto di fare qualcosa di più semplice , di più “socialmente comprensibile ” , ma ha bocciato la mia proposta e da gennaio ha comunicato la stesura di questa tesina a cui si è dedicata con fin troppo interesse , tanto da lasciarmi pensare e convincermi che fosse lesbica . Allora tutti i suoi comportamenti di chiusura cominciano ad avere un mezzo significato. Da quel momento colgo ogni occasione per far sì che lei capisca che non sono omofoba , che per me l’importante è la sua felicità, che ogni individuo dovrebbe essere libero di amare chi vuole ecc ecc … Insomma arriviamo a questa estate , supera l’esame di terza media con un voto per lei deludente (ha preso la sufficienza) perché era convinta di prender di più all’esame dato l’arricchimento della sua tesina nonché degli argomenti del tema trattato. Non vuole uscire neanche più con noi per una passeggiata , non vuole venire al mare e se ci viene resta vestita di nero sotto l’ombrellone a leggere con 40gradi all’ombra. Entra in acqua solo se la spiaggia è una di quelle isolate dove ci arrivano davvero in pochi, ma si tuffa rigorosamente vestita. Al che cominciano le litigate , un po’ tutti contro tutti per ogni minima questione. Fino a che, una sera di luglio, durante una di queste liti , viene fuori che lei non sta bene nel suo corpo , non si sente a suo agio . È stata una doccia tiepida. Nel senso che non ho mai avuto paura del mostro della “teoria gender” ed ora ero di fronte al fatto che il mostro stesse distruggendo mia figlia. ( capiamoci : intendo dire che tutti quelli stereotipi in cui siamo consapevolmente o inconsapevolmente incanalati stavano portando mia figlia verso il baratro .) Al che decido di rivolgermi ad una psicologa , più per aiutare mia figlia a capire che in lei non c è nulla di sbagliato e che deve imparare ad aprirsi al mondo, cosa che ora per lei è difficilissima. È chiusa nel virtuale, suppongo perché li si sente capita ed accettata. Parlandone col padre , che cmq è sempre stato presente e per quello che riesce cerca di essere di supporto , (ma lo vedo molto spaventato per cui :ok la maglietta da maschietto ma non la cravatta per dire ), decidiamo di prendere contatti col centro più vicino a noi che si occupa di transizione . I tempi di attesa sono lunghi, chiamando ai primi di luglio ci viene dato appuntamento per i primi di settembre,

perché non era una situazione di gravi circostanze ,

immagino si riferissero al fatto che mia figlia non abbia mai tentato il suicidio ma io so che ci ha pensato .

Ieri dopo tre incontri mi ha detto che vuole cambiare psicologa , che questa non la piace . Ora , lunedì comincerà scuola, nuovo capitolo , primo anno di superiori ed io ho una paura indescrivibile che cerco di non trasmetterle . Non so come comportarmi , i nostri problemi di comunicazione restano e io non riesco a sbloccarla. Non so se sia giusto parlarne a scuola, non so se è ciò che lei realmente vuole.  Per me trovare qualcuno che condivida le mie paure , i miei dubbi e che possa essere di supporto per un confronto , che possa darmi quanti più mezzi possibili per affrontare la cosa, mi da molto l’idea di una luce in fondo al tunnel. Grazie Camilla per quello che hai fatto , che fai e che sicuramente farai “.

Ci si può trovare così soli per una cosa che dovrebbe semplicemente far parte della vita?

Possibile che non venga fatta informazione e formazione come si deve?

Possibile che si debba aspettare che un ragazzo o una ragazza tentino il suicidio per prendere in considerazione la questione? Non è questa “istigazione al suicidio”?

Invito, ancora una volta, a scrivermi e raccontarmi se vi trovate in una situazione simile. Perché solo così tutti insieme possiamo  supportarci e  iniziare a cambiare le cose.

3 thoughts on “Cosa significa sentirsi un ragazzo

  1. Cosa dovrebbe far parte della vita: il cambiar sesso come ci si fa un piercing? Siete solo ridicoli non volete ammettere di non aver saputo tirar su correttamente i vostri figli, riempiendoli di problemi psicologici e volete scaricare la colpa sugli altri.

    1. Ciao Aldo,le parlo da figlia,e non da madre. Da figlia che non ha avuto una madre comprensiva,da figlia che si nascondeva sotto cappucci e sotto jeans larghi. Da figlia che non voleva nascere figlia. Ma per quanto i figli siano il risultato del lavoro dei genitori, c’è una grossa componente che va presa in considerazione,ossia che ancor prima di figli siamo esseri umani,e cosi come sono certa che lei da figlio abbia fatto le sue battaglie per essere rispettato come essere umano,lasci spazio a chi ha il coraggio di farlo ancora,in un mondo che non aiuta,cosi come non aiuta un commento come il suo. Non si dovrebbero creare problemi,bisognerebbe trovare soluzioni perché sono certa che una vita vissuta attorno a dei sorrisi sia migliore. Buona vita sorridente. Mik

    2. credo che questo commento rappresenti alla perfezione lo scenario nel quale queste famiglie, questi ragazzi si trovano a vivere quotidianamente. Mi auguro che i “problemi psicologici” risparmino invece i figli di chi ancora si ostina a non voler vedere, accogliere la diversità che è sempre esistita e sempre esisterà, di chi traveste la paura e la miopia da “sani principi morali” da chi crede di avere la verità in tasca. In bocca al lupo ragazzi avrete bisogno di ogni strumento possibile per vivere al meglio lo splendore che siete. Io nel mio piccolo continuerò a dire in faccia a chi si ostina a non voler vedere, a non voler guardare davvero alle mille forme in cui si manifesta la vita che non sa cosa si perde

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