Disforia di genereInizia da qui

Il diritto a essere da sempre

Quando ormai quasi tre anni fa ho iniziato l’avventura di questo blog ero davvero convinta che il mondo fosse un pochino migliore. Ecco: tre anni fa non avrei mai iniziato un post in questo modo perchè credevo molto nell’energia positiva da passare agli altri su un argomento tanto sconosciuto ai più come l’identità di genere. Forse le varie associazioni che avevo conosciuto in giro per il mondo e che si erano così spontaneamente formate dall’aggregazione di sempre più famiglie che piano piano, insieme, si erano messe a combattere per i diritti dei propri figli, mi aveva fatto pensare che anche da noi sarebbe successa la stessa cosa: bastava avere il coraggio di dare il là (cosa di cui mi assumevo la responsabilità) e poi tutto sarebbe avvenuto quasi in maniera naturale.

Be’ manco per niente!

Si, è vero: a piccoli passi ci si muove. Ma son talmente piccoli che i nostri figli e le nostre figlie stanno già diventano adolescenti e ancora devono quotidianamente scontrarsi con un mondo ostile fatto di pregiudizi e cattiveria. E i più ostili continuano spesso a essere gli adulti e soprattutto quegli adulti che dovrebbero garantire loro un sano e equilibrato sviluppo: sto parlando delle persone che passano coi nostri figli e le nostre figlie quasi più tempo di noi genitori e cioè maestr*, insegnanti e prof.

Ogni estate è un po’ tempo di liberazione. Finisce la scuola e finalmente si può essere più “liberi di essere”. Lontani da sguardi, commenti, giudizi. La pressione del ruolo sociale deciso in base all’anagrafe per i nostri figli e le nostre figlie diventa più leggero. D’altro canto per noi genitori inizia il periodo di maggiore attenzione e osservazione e preparazione al seguente anno scolastico. Spesso ci ritroviamo verso fine agosto a pensarci .”Come facciamo a costringere nuovamente i nostri figli e le nostre figlie a essere chi non si sentono?” Così parte la ricerca di informazioni. L’anno scorso il Progetto GenderLens ha proposto la guida per la scuola e la famiglia sulla varianza di genere in infanzia. Ma ogni anno, ogni singolo anno, diventa sempre più necessario che i nostri figli e le nostre figlie vengano semplicemente trattat* come devo essere trattat* e cioè per chi si sentono di essere.

Ecco perchè è diventata cosa davvero urgente la creazione di una carriera alias che sia applicabile già in tenera età.

Esprimersi per ciò che si è, indipendentemente dal fatto che poi tale espressione/identità permanga nel tempo (vale a dire sia che sia nel bambino una momentanea forma di esplorazione o invece una più intima percezione di sé) , è un fattore essenziale per un sano e equilibrato sviluppo della persona. Non dover vivere le proprie giornate con addosso la pressione dell’occhio osservante e giudicante poiché non si rientra nello stereotipo creato da non si sa chi, permette al bambino e alla bambina prima, e al ragazzo e alla ragazza poi, di vivere in maniera serena, sviluppare un profondo senso di autostima e sicurezza in sé stess*, e getta le basi per una maturità che poggi su delle fondamenta solide.

La carriera Alias, come già esistente in molte facoltà universitarie, altro non è che la possibilità che la persona possa andare a scuola usando il nome e il pronome scelti. Assistiamo a realtà scolastiche devastanti e devastate che dovrebbero molto di più attirare l’attenzione degli/le insegnanti e dirigenti scolastici piuttosto che una famiglia che semplicemente chiede questo per il proprio figlio o la propria figlia.

Fare ciò non dovrebbe essere nulla di galattico ma vorrebbe semplicemente dire rispettare la costituzione italiana:

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Nonché la legge sulla privacy.

Detto in parole semplici offrire una carriera alias vorrebbe semplicemente dire non fare nulla di più che inserire nei registri di classe il nome scelto dal minore che garantisca la sua NON esposizione al giudizio e alle domande poiché il suo genere anagrafico non corrisponde al suo aspetto. Questo farebbe sì che nel caso di supplenze, chiamate all’altoparlante, inserimenti di nomi per l’entrata in ritardo ecc il ragazzino e/o la ragazzina non fossero costrett* a essere sottoposti a sguardi, giudizi e magari atti di bullismo. Non vorrebbe dire prendere decisioni definitive né cambiare nulla dal punto di vista anagrafico ufficiale. All’estero ( e nelle scuole che lo fanno in Italia – perchè ce ne sono) ciò che succede è semplicemente che al nome di elezione inserito sul registro viene posto un asterisco che riporta al nome anagrafico che però viene visto soltanto dall’ufficio di competenza e non viene dato in pasto a tutti attraverso un quotidiano outing.

Tutto questo non è un favore che la scuola concede alla famiglia. Chi si trova nella situazione di avere un/a figli* che vive questa situazione non deve presentarsi a capo chino nella speranza di incontrare la persona giusta e sensibile che possa “comprendere” la situazione. Il diritto alla propria identità di genere è un diritto inalienabile e fondamentale e non appoggiarlo vuol dire, da parte dell’istituzione, non svolgere il proprio dovere, violare i diritti della persona e non eseguire il compito di favorire lo sviluppo dello studente proteggendolo e rimuovendo ogni ostacolo che possa interporsi tra lui/lei e il suo sviluppo armonico.

E’ del 1998 (21 anni fa) l’approvazione dello “Statuto degli studenti” da parte del Consiglio dei ministri che all’articolo 3 della prima parte sulla vita della comunità scolastica recita:


La comunità scolastica, interagendo con la più vasta comunità civile e sociale di cui è parte, fonda il suo progetto e la sua azione educativa sulla qualità delle relazioni insegnante-studente, contribuisce allo sviluppo della personalità dei giovani, anche attraverso l’educazione alla consapevolezza e alla valorizzazione della identità di genere, del loro senso di responsabilità e della loro autonomia individuale e persegue il raggiungimento di obiettivi culturali e professionali adeguati all’evoluzione delle conoscenze e all’inserimento nella vita attiva.

Alcune scuole si sono rese disponibili per attivare la carriera alias e alcuni dei nostri bambini e delle nostre bambine (ragazzi e ragazze anche) hanno avuto la possibilità in questo ultimo anno di andare a scuola nel loro genere sentito, ma sono sempre episodi sporadici, dovuti al buon cuore del singolo, eseguiti come concessione e dei quali spesso la scuola non si assume responsabilità. Inoltre la questione non è che le scuole debbano rendersi disponibili, la questione è che le scuole dovrebbero capire che è loro dovere farlo, segno di civiltà, rispetto della costituzione e loro compito primario. Ciò che al contrario accade è che spesso la “concessione” viene offerta sottobanco, senza garanzie, senza parlarne troppo, senza che possa creare un precedente tale da poter essere seguito a ruota da altre scuole.

I nostri figlie e le nostre figlie hanno il sacrosanto diritto di esistere per quello che sono che non solo non toglie nulla alla comunità scolastica ma anzi la apre e la arricchisce di una verità cui tutti hanno diritto. E noi genitori, completamente abbandonati da tutto ma non dalla nostra forza di volontà e dal nostro amore e istinto di protezione, abbiamo tutte le intenzioni di difendere i diritti dei/lle nostr/e/* figl/e/* e farli rispettare. Credo che la scuola e le istituzioni tutte farebbero cosa buona se capissero che stare al nostro fianco non li espone a rischi ma al contrario li fa camminare nel mondo a testa alta.

Invito chiunque si trovasse nella condizione di aver bisogno di una carriera alias, ma anche chi, lavorando nella scuola la offra senza timori, di contattarmi poiché tutti insieme possiamo fare la differenza affinché l’Italia inizi a muoversi nella giusta direzione. Questo porterà tutti e sottolineo tutti a vivere in un mondo migliore.


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